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12/05/2024 06:00:00

Un libro, un concerto, un quadro. Ritrovarci per capire che ... 

 Con il Salone di Torino si apre ufficialmente la stagione dei festival e delle rassegne in giro per l’Italia. In verità, mai fermi, è un mondo in continuo divenire e forse questo è il bello. Suggestioni, nuovi libri, un pubblico da coccolare e magari da adottare con nuove idee. Sarà la primavera, sarà la voglia di ribadire che ci siamo con ostinazione, anche se numeri e statistiche ci oppongono fatti e non puoi nasconderti dietro un dito.

Quale il senso allora di continuare? Mai domi, per esempio? Non rassegnarsi in alcun modo a uno stato di cose e provare ad invertire una rotta, e dove la politica magari arranca, trovarci noi pronti con reti costruite con fatica (a proposito, la Rete dei Festival Letterari della Provincia di Trapani sarà presentata a Torino proprio oggi).

Non saprei, so che si crea una chimica speciale quando attivi processi partecipati, che sia un murale che sia l’adozione di un testo, ma la sento questa reazione e la vedo nei ragazzi. Quel mondo che ritrovi tra le pagine di un libro, ne crea altri poi e sono visioni uniche in ognuno che le scorre. Ma ci deve essere una visione a tutto tondo, che parli di cinema, di teatro, di arti plastiche, di libri, mettendo in connessione questi vettori così da creare un corredo di formazione di base indispensabile: quel cambio di passo che auspico da tempo prevederebbe che più soggetti remino nella stessa direzione, pubblico e privato, attori del mondo della cultura in costante e diretto dialogo - pur nel mantenere la propria identità.

"La piazza è mia" è Peppuccio Tornatore con il suo pazzo nel film, altrimenti non abbiamo capito che non dobbiamo scomodare Leibniz e le sue monadi.

 

Un festival, una rassegna (libri, musica, teatro) è nelle cose un processo di rete, prevede più soggetti e da lì la forza per cementare conoscenze, saperi, modi di lavorare utili a tutti. Se la politica, per sue logiche a molti spesso inafferrabili, percorre strade ai più poco chiare, noi che lavoriamo dentro questo mondo - e non viviamo dentro una bolla - abbiamo non la necessità ma l’esigenza di stare insieme, ci corre l’obbligo di.

Leggere sui prossimi eventi in Italia è sinonimo di vita, è riscoprire luoghi grazie a processi di rigenerazione urbana completati, è vedere nascere nuovi spazi grazie alla vittoria di bandi, è fare nonostante tutto e mettere in moto meccanismi virtuosi di economia locale.

Una politica disattenta non può più permettersi di ignorare ciò che accade; è richiesta una visione di medio periodo e un confronto con la comunità sulle sfide future. Un'amica sostiene che un mese perso nella pubblica amministrazione equivale a un anno da recuperare. Dobbiamo osservare la realtà con onestà.

Il dietro le quinte di un festival è fatto di alta professionalità; non possiamo più permetterci di essere un'isola con biglietti di sola andata, o peggio, una regione dove l'ottanta per cento della popolazione non acquista libri in un anno (e il vero dramma è nel venti per cento restante, credetemi).

Rianimare la curiosità – non conosci Bach? Entra in quel teatro e forse ti si aprirà un mondo. Riappropriarsi delle biblioteche, occuparle costantemente e viverle come luoghi di socialità, di welfare e di integrazione. Abbiamo la necessità di ritrovare e provare passioni forti; un like non è sufficiente, nemmeno un emoticon.

Dobbiamo ritrovarci e credere nuovamente che un libro, un concerto, un quadro non siano meri oggetti, ma strumenti indispensabili per migliorarci. Dobbiamo ritrovare quel tempo; ne abbiamo la necessità, e qualcosa mi dice che siamo in tanti a pensarlo.

Giuseppe Prode



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