Salemi: chi è Giorgio Benenati, arrestato nell'ultima operazione antimafia
Tra i dieci arrestati nell’ultimo blitz della polizia di Trapani, a seguito di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, c’e’ anche il salemitano Giorgio Benenati.
Cinquantasei anni, bravo sassofonista, ma con precedenti penali, i carabinieri lo arrestarono per la prima volta nel lontano 2013, dopo 7 mesi di latitanza, dopo aver fatto perdere ogni sua traccia, scappando da Brescia dove era emigrato.
Il suo fu un arresto “spettacolare”. Lo ammanettarono mentre sorseggiava una bevanda seduto al tavolo di un bar del centro storico di Salemi. I presenti pensarono che si stesse girando la scena di un film. Doveva scontare cinque anni di reclusione (4 anni, 11 mesi e 20 giorni, per la precisione) per reati vari: da quelli tributari, alla rapina, ma anche atti persecutori.
Oggi, il Pubblico Ministero contesta a Giorgio Benenati di avere commesso nell’agosto del 2022, in concorso con Giosuè Di Gregorio e Salvatore Li Bassi, il reato di estorsione.
Reato commesso mentre si era adoperato al recupero di una somma di denaro pretesa dal consuocero di Salvatore Li Bassi nei confronti di un commerciante di Salemi.
Una sorta di agente privato recupero crediti ma l’accusa di associazione di tipo mafioso previsto dall'art. 416 bis1.
Secondo gli inquirenti, lo dimostrerebbero alcune intercettazione dalle quali si evincerebbe che Salvatore Li Bassi informa Giosuè Di Gregorio, il quale a sua volta incarica Giorgio Benenati di prendere contatto con il commerciante di Salemi dicendogli che era una questione che lo interessava personalmente ("compare è una cosa che mi interessa a me personalmente... ... ...il problema diventa il mio poi..."). Era il 7 settembre del 2022. (Benenati e Di Gregorio si erano conosciuti quando avevano condiviso, a quanto pare, un comune periodo di detenzione presso il carcere di Trapani).
Sembrerebbe la sceneggiatura di un film di Monicelli, ma e’ la presa diretta di quel “mondo collaterale” attuale, di cui tanto si lamenta l’imputato principale Nino Papania, in un’altra intercettazione.
E cosi, una nuova telefonata. Dopo poco meno di un mese, Benenati informa Di Gregorio di essere riuscito a contattare finalmente il debitore. Assicura. Il commerciante avrebbe provveduto a saldare il debito e a pagare la somma richiesta da Li Bassi.
Cosa che pero’ non avviene.
Le telefonate tra Di Gregorio e Benenati si intensificano. L’argomento sempre lo stesso. Benenati teme di perdere credibilità. Prospetta quindi a Di Gregorio di risolvere la questione con mezzi piu’ “persuasivi”, dicendo : “vado in campagna a scavare cosa devo scavare e poi mi faccio dare cosa mi devo fare dare..giusto? ...mi capisci in due o tre parole o non mi capisci?.... “ te lo risolvo in due giorni... .....”.
E’ lo stesso Benenati a raccontarlo, sempre al telefono, riferisce di essersi talmente arrabbiato parlando con il debitore che la moglie di questi, presente, si era messa a piangere (“...sua moglie ha pianto... l'ho fatta mettere a piangere... ho fatto mettere a piangere tutti là dentro..io che ti ho detto l'altra volta?... ti ho detto ..Giosuè... appena tu mi hai detto... compare sono interessato... vero o no?...
minchia "addumave Totò"... lo sai come sono io?... sono bravo... buono e caro...
.... ....minchia "addumave"...... ora vi faccio la festa a tutti...")
Le presunte minacce a questo punto avrebbero risolto il problema, come verrebbe confermato da una successiva telefonata tra i due“…...allora, a chi li dobbiamo dare questi soldi?”, chiede Benenati; "..vengo io e me li vengo a prendere, glieli porto io... ....allora lunedì a mezzogiorno vengo lì...”, risponde Di Gregorio.
Sul modo come si e’ svolta l’intera vicenda, il Pubblico Ministero vi ha intravisto il reato di estorsione e non quello di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
Precisando che “si configura il reato di estorsione allorché il terzo incaricato dell'esazione di un credito agisca con condotta della quale sia stata accertata la finalità di agevolare anche l'attività di un'associazione di tipo mafioso”.
Per gli inquirenti appare chiaro che l'interesse perseguito dagli estorsori non e’ solo quello propriamente riconducibile all'esazione di un debito ma anche e soprattutto quello di affermare e rafforzare il controllo sul territorio di riferimento da parte dell'associazione mafiosa Cosa nostra.
Recentemente il ministro della Giustizia ha detto che “un indagato più è delinquente e più sa di essere intercettato e che un mafioso vero non parla né al telefono, né al cellulare perché sa che c’è il trojan, né in aperta campagna perché ci sono i direzionali”.
Alla luce di questa ultima inchiesta di polizia, basata su molte intercettazioni, se avesse ragione Nordio, se ne dovrebbe dedurre che non siamo in presenza di un’organizzazione mafiosa. E, indirettamente, anche Papania che parla di mafia di una volta che non esiste piu’.
Ma Matteo Messina Denaro che possedeva ben due cellulari e che persino Toto’ Riina ne aveva uno nonostante rinchiuso al 41 bis?
Lo scrittore di Comiso, Gesualdo Bufalino, diceva che per i siciliani ogni occasione e’ buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola al circolo, per vivere i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o melodramma.
Non escludeva la mafia. Fenomeno umano e siciliano, ancorché nutrita di tenebre, non potrebbe sopravvivere senza le luci del palcoscenico, e, oggi, aggiungerebbe della rete dei cellulari.
Franco Ciro Lo Re
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