Pizzolungo, cuore nero d'Italia
Quarant’anni dopo, torniamo a dirci che “non bisogna dimenticare”. Ma la verità, più amara, è che forse non abbiamo mai davvero cominciato a ricordare.
Oggi ricorre il 40° anniversario della strage mafiosa di Pizzolungo, una delle più atroci e simboliche nella storia del nostro Paese. Era il 2 aprile 1985, una mattina mite di primavera sul litorale di Trapani. Una donna, Barbara Rizzo, stava accompagnando a scuola i suoi figli gemelli di cinque anni, Giuseppe e Salvatore Asta. Morirono così, nel modo più assurdo, più ingiusto, più disumano: vittime collaterali di un attentato a un magistrato, Carlo Palermo, da poco trasferito a Trapani, che indagava sui traffici internazionali di droga e armi. La sua auto fu affiancata da quella della donna. L’autobomba esplose. I bambini furono dilaniati. Di uno, raccontano i testimoni, restava solo una macchia su un muro.
Trapani era una città dove la mafia si muoveva tra le stanze del potere in punta di piedi, senza mai fare rumore. Talmente mimetizzata da poter convivere con tutto: la politica, l’economia, la massoneria, perfino la giustizia. Ecco perché Pizzolungo è il cuore nero d’Italia. Perché tutto comincia (o tutto ritorna) lì.
E invece no. Quasi mai si sente dire, come si dovrebbe, che Pizzolungo è stata la prima Capaci, il prologo delle stragi del 1992, il punto zero di una stagione di terrore e strategia mafiosa che avrebbe marchiato a fuoco la storia d’Italia. Eppure, su questa strage regna ancora oggi un silenzio tombale. Non se ne parla nei telegiornali nazionali, nei programmi di approfondimento, nei libri di scuola. È una strage rimossa, ignorata, silenziata.
E così, prima ancora di dire “non ti scordar di me”, dovremmo forse chiederci se abbiamo mai cominciato davvero a ricordare. Ricordare nel senso pieno, profondo, trasformativo. Non con le targhe, le intitolazioni, i nomi delle scuole e delle piazze, le magliette commemorative, i fiori davanti ai monumenti, le frasi fatte degli anniversari. Ma con il pensiero critico, con la voglia di capire, con l’impegno a raccontare.
I gemellini Giuseppe e Salvatore, con la loro mamma Barbara, sono diventati icone. Ma nessuno si ferma davvero a riflettere su chi erano, su cosa è successo, su perché è successo.
La memoria sta evaporando. Eppure Pizzolungo è un cratere ancora aperto. È lì che si incrociano molte delle trame oscure che hanno segnato il nostro Paese: mafia, droga, servizi deviati, massoneria, zone grigie dello Stato. E da lì, come in una mappa invisibile, partono e tornano tutte le strade che conducono al cuore malato della Repubblica.
Come ha ricordato il procuratore di Trapani, Gabriele Paci, uno dei magistrati che più a lungo ha indagato sulle grandi stragi italiane, quella di Pizzolungo è una ferita ancora inspiegabilmente trascurata: “Una strage che nasce in un momento particolare, quando la mafia comincia a essere colpita nel cuore. E che ha come obiettivo un magistrato che aveva messo mano ai flussi internazionali di droga diretti verso i laboratori gestiti da Cosa nostra in Sicilia”.
Colpirono Carlo Palermo per fare paura a tutti. Come accadrà sette anni dopo a Capaci e in via D’Amelio.
E allora, in questo 2 aprile 2025, non ci limitiamo a “non dimenticare”. Impariamo finalmente a ricordare. A restituire spessore e profondità a quelle vite spezzate. A interrogare davvero quello che Pizzolungo rappresenta. Perché finché resterà una strage minore nella memoria nazionale, sarà sempre possibile che accada di nuovo.
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