Dighe e dissalatori. Pioggia e promesse non bastano: Sicilia ancora a rischio siccità
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Nonostante le piogge invernali, gli annunci del governo regionale e gli investimenti in dissalatori e infrastrutture, la Sicilia rischia di vivere un’altra estate assetata. Il commissario nazionale per l’emergenza idrica, Nicola Dell’Acqua, è stato chiaro: «La prossima estate sarà particolarmente dura». Il paradosso è che, mentre il governo regionale parla di “soluzioni strutturali”, dai dati emerge un quadro addirittura peggiore rispetto all’anno scorso.
L’Autorità di Bacino della Regione Sicilia ha registrato appena 142 milioni di metri cubi d’acqua disponibili negli invasi a uso promiscuo (potabile e agricolo). Una quantità che si riduce ulteriormente a meno di 100 milioni se si considerano fanghi, perdite e assenza di infrastrutture adeguate. Rispetto al 2023, il deficit va dal -21% al -47%. In molte zone dell’Isola l’acqua è già razionata. A Caccamo, ad esempio, i rubinetti si aprono una volta ogni otto giorni.
Dissalatori: vecchi problemi, nuove promesse
Tra le soluzioni più pubblicizzate dal governo Schifani ci sono i dissalatori. Un piano da 290 milioni di euro per riattivare vecchi impianti e costruirne di nuovi. Nei giorni scorsi è arrivato il via libera della Commissione tecnico specialistica della Regione alla riattivazione dei dissalatori di Trapani e Porto Empedocle, con una capacità complessiva di 192 litri al secondo. Il progetto prevede due fasi: nella prima verranno installati impianti in container per 96 litri al secondo in ciascun sito; nella seconda, l’impianto di Porto Empedocle sarà trasferito a Trapani per completare il sistema.
Il presidente Schifani ha parlato di “impegno mantenuto” e di una risposta concreta all’emergenza idrica. Eppure, non mancano i dubbi: i precedenti non rassicurano. Il dissalatore di Gela, per esempio, è in disuso da anni ma costa ancora 10,5 milioni di euro all’anno alla Regione. Strutture arrugginite, obsolete, spesso mai entrate a pieno regime. Anche il CNR, in passato, ha espresso forti perplessità sull’affidabilità dei dissalatori come soluzione unica all’emergenza idrica.
Dighe al collasso e razionamenti
Mentre i dissalatori tentano di risorgere, le dighe siciliane restano un punto critico. Su 47 invasi, solo 20 sono collaudati. Gli altri sono in esercizio limitato o del tutto fuori uso. Molti vengono svuotati preventivamente, per motivi di sicurezza, con l’acqua che finisce al mare. È il caso emblematico della diga Trinità, a Castelvetrano, svuotata per decenni per presunti rischi di cedimento mai realmente verificati. Solo a marzo 2025 la Protezione Civile ha certificato che l’invaso può trattenere fino a 62 metri di altezza, ovvero 2,5 milioni di metri cubi d’acqua.
Un’altra diga chiave è la Rubino, sempre in provincia di Trapani. Dopo le proteste degli agricoltori e le pressioni della Regione, il Ministero delle Infrastrutture ha finalmente autorizzato l’aumento del livello massimo di invaso di due metri, portandolo a 180,40 metri sul livello del mare. Questo consentirà di trattenere circa 2,4 milioni di metri cubi in più, evitando sversamenti inutili in mare. La Regione ha inoltre avviato interventi di manutenzione straordinaria e una verifica sismica per garantire la piena sicurezza dell’impianto.
Nonostante queste timide aperture, resta il nodo strutturale: la rete di dighe siciliane è segnata da decenni di abbandono e inefficienza. Molti invasi, come Poma, Scanzano, Rosamarina, sono ai minimi storici, con livelli di riempimento inferiori al 30%. A peggiorare la situazione, le perdite della rete idrica, che secondo il rapporto di Cittadinanzattiva arrivano al 42%, e l’assenza di impianti di depurazione in molti Comuni, che costano all’Italia (e quindi anche ai siciliani) multe salate da parte dell’Unione Europea.
Tra proclami e ritardi
Il governo regionale ha annunciato uno stanziamento di oltre 150 milioni di euro per migliorare i servizi idrici e di depurazione. Due avvisi pubblici finanzieranno progetti infrastrutturali e interventi di efficientamento energetico negli impianti. L’obiettivo, dice Schifani, è «migliorare la fornitura d’acqua per il consumo umano e la gestione sostenibile delle risorse».
Ma la realtà impone cautela. Nel 2022 la Sicilia ha presentato 31 progetti per accedere ai fondi del PNRR per il settore idrico: sono stati tutti bocciati. «Progetti deboli e amministrazione inefficiente», ha sentenziato l’Osservatorio Conti Pubblici.
A testimoniare il paradosso siciliano resta il caso della diga di Pietrarossa, in provincia di Enna. Iniziata nel 1956, mai completata. Appaltata, bloccata, sequestrata, riavviata, reinterrotta, oggi è ancora ferma nonostante sia stata inserita nel PNRR. I lavori, annunciati per il 2025, non sono mai cominciati.
Un’estate con l’acqua razionata?
Con la primavera già rovente, la Sicilia si prepara a un’estate durissima. I turisti arriveranno a frotte, specialmente ad Agrigento, capitale italiana della cultura 2025, ma i rubinetti potrebbero restare asciutti. Ancora una volta. In un’isola che ha speso miliardi in opere incompiute, dove l’acqua disseta il mare e i progetti restano sulla carta.
Per ora, resta una sola certezza: la pioggia. E la speranza, mai così disperata, che continui a cadere.
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