Cosa Nostra e ’Ndrangheta: quella "strategia stragista" negli anni '90
La Cassazione ha messo un punto fermo su uno dei capitoli più oscuri e discussi della storia criminale italiana: la “strategia stragista” degli anni Novanta fu il frutto di un’alleanza tra Cosa Nostra e ’Ndrangheta. Ma allo stesso tempo ha annullato con rinvio la sentenza d’appello che aveva condannato all’ergastolo Giuseppe Graviano, boss del mandamento di Brancaccio, e Rocco Santo Filippone, esponente della cosca Piromalli, per il duplice omicidio dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, avvenuto il 18 gennaio 1994 sulla Salerno-Reggio Calabria.
Secondo la Suprema Corte, non ci sono prove sufficienti per affermare che Graviano e Filippone siano stati i mandanti dell’attentato. Nelle motivazioni depositate il 10 aprile, i giudici contestano l’uso “eccessivo e ridondante” delle motivazioni delle sentenze di primo e secondo grado, accusate di voler “riscrivere cinquant’anni di storia italiana” con ricostruzioni vaghe e suggestive, più che con prove concrete.
La strategia del terrore
La Corte di Cassazione, tuttavia, conferma l’impianto accusatorio della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giuseppe Lombardo: Cosa Nostra e ’Ndrangheta agirono insieme per colpire lo Stato, con l’obiettivo di costringerlo a trattare su temi sensibili come i benefici carcerari e la disciplina dei collaboratori di giustizia.
In questo quadro rientra l’agguato del 1994, ma la Corte sottolinea che i giudici di secondo grado dovranno ora rivalutare “le prove specifiche a carico degli imputati” per quanto riguarda il mandato omicidiario. Non basta, cioè, la ricostruzione generale del contesto criminale: serve un nesso chiaro e dimostrato tra gli imputati e l’attentato.
I collaboratori sotto accusa
A non convincere la Corte sono state le dichiarazioni dei due collaboratori di giustizia principali, Antonino Lo Giudice e Consolato Villani (quest’ultimo già condannato come esecutore materiale degli attentati). Secondo i giudici, le loro versioni presentano contraddizioni insanabili: entrambi dichiarano di aver appreso dall’altro le informazioni sull’incontro tra i boss e sull’ordine di uccidere i carabinieri.
Un “corto circuito probatorio” che ha messo in crisi il cuore dell’impianto accusatorio contro Graviano e Filippone. Secondo la Cassazione, le sentenze d’appello non hanno chiarito questo contrasto, e dunque la responsabilità dei due imputati come mandanti non può essere affermata con certezza.
La saldatura tra mafia siciliana e calabrese
Resta invece accertata, secondo la Suprema Corte, la partecipazione della ’Ndrangheta alla strategia stragista avviata da Cosa Nostra nel 1992, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. I giudici sottolineano come gli attentati “eccellenti” potessero avvenire sul territorio calabrese solo con il consenso del gotha della ’ndrangheta e che gli omicidi dei carabinieri furono parte di un disegno strategico più ampio.
Un passaggio decisivo nella storia della mafia calabrese, testimoniato – secondo la Corte – anche dalla “carriera fulminea” di Villani, che dopo l’attentato salì rapidamente nei ranghi dell’organizzazione, raggiungendo i gradi più alti.
Le critiche della Cassazione alle sentenze di merito
Infine, la Cassazione censura duramente sia la Corte d’Assise che la Corte d’Appello di Reggio Calabria per le motivazioni delle sentenze, definite “eccentriche” e sproporzionate. I giudici parlano di una ricostruzione che, più che cercare la verità dei fatti di sangue, sembra voler “offrire una chiave di lettura personalizzata della storia politica italiana”, accostando criminalità mafiosa, gruppi eversivi e apparati deviati dello Stato.
Il nuovo processo dovrà quindi restare ancorato al merito dei fatti: il duplice omicidio dei carabinieri e il presunto ruolo di Graviano e Filippone come mandanti. La cornice storica e politica non può sostituire le prove concrete.
La sentenza della Cassazione non archivia la verità sulla strategia stragista, ma impone una nuova verifica sul ruolo di chi, secondo le precedenti sentenze, ne fu il mandante. Una partita giudiziaria ancora aperta, che tiene vivo uno dei più drammatici e controversi capitoli della guerra mafiosa contro lo Stato.
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