Peppino Impastato, 46 anni dopo: l'impegno del giornalismo che sfida la mafia
C'è chi uccide, e c’è chi racconta. Peppino Impastato, militante rivoluzionario, fondatore di Radio Aut, fu ucciso da Cosa nostra la notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978. Quarantasei anni dopo, la sua voce continua a farsi sentire, più viva che mai, tra le pietre di Cinisi, nelle scuole, nei cortei, sulle frequenze libere e nelle lotte dei giovani che ancora oggi provano a strappare spazi di verità e giustizia.
Oggi a Cinisi si rinnova la memoria. Migliaia di giovani da tutta Italia sfilano per non dimenticare. Perché Peppino non fu solo vittima di mafia. Fu vittima di uno Stato che inizialmente lo derise e insabbiò, parlando di “terrorismo” o “suicidio”. Ci vollero anni e l’impegno instancabile della madre Felicia e del fratello Giovanni perché venisse riconosciuto il mandante dell’omicidio: don Tano Badalamenti, boss della mafia di Cinisi, che non poteva tollerare quella voce libera che lo sbeffeggiava ogni giorno in radio.
La mafia silenziosa che torna
“Qui a Cinisi e Terrasini – scrive Nello Trocchia sul quotidiano Domani– è tornata la mafia di un tempo, quella silenziosa, affaristica, che non fa rumore”. Non più bombe e agguati, ma infiltrazioni silenziose, consenso e collusioni, mentre il disagio sociale cresce e lo spazio per i giovani si riduce. Eppure, i segnali d’allarme ci sono: “Bisogna introdurre l’educazione alla verità – dice Marcella Stagno, compagna di lotta di Peppino – creare luoghi di confronto, spazi liberi, arginare il silenzio e l’indifferenza”.
La lotta delle donne, da allora a oggi
Nel ricordo di Peppino, vive anche la battaglia delle donne, che insieme a lui lottavano per denunciare violenze domestiche e patriarcato. Era il 1977, e a Cinisi si voleva giustificare uno stupro. Radio Aut ne parlò, alzò la voce, mentre Marcella e le altre denunciarono pubblicamente l’accaduto. “Fu difficile – ricorda – ci trovammo in tre sul palco. Eravamo le ‘puttane’, ci dicevano. Ma c’era chi comandava e chi rompeva il silenzio”.
La casa all’asta, la memoria in pericolo
Oggi, 46 anni dopo, la casa di Peppino e della sua famiglia è a rischio. È ancora formalmente in vendita, un’asta che potrebbe sottrarre uno dei luoghi simbolo della memoria antimafia. L’Associazione Casa Memoria ha avviato una raccolta fondi per acquistarla, preservarla e affidarla alla collettività.
Il corteo e il futuro
Il corteo del 9 maggio a Cinisi è ormai un rito civile. Ma ogni anno, quel cammino tra i binari – lo stesso dove Peppino venne fatto saltare in aria – rimette in discussione il presente. La mafia oggi non ha bisogno di sparare. Le servono il silenzio, l’opportunismo, l’oblio. Ed è lì che si combatte la nuova Resistenza.
Chi lotta per la memoria, lotta per il futuro. Peppino ovunque.
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