La Sicilia più raccontata d’Italia, forse proprio per questo, rischia spesso di sparire dietro le immagini che le sono state cucite addosso. Mafia e cannoli, paesaggi assolati e fatalismo, barocco e arretratezza, letteratura e cartoline, turismo e luoghi comuni. È da questa saturazione di racconti che parte Gaetano Savatteri nel suo nuovo libro, “La Sicilia non esiste. L’isola tra realtà e racconto, tra storia e leggenda”, pubblicato da Zolfo Editore.
Il titolo è una provocazione, ma anche una chiave di lettura. La Sicilia non esiste, o almeno non esiste come blocco unico, definibile una volta per tutte. Esistono molte Sicilie, spesso in contraddizione tra loro: quella reale e quella immaginata, quella vissuta e quella venduta, quella letteraria, cinematografica, turistica, gastronomica, criminale, antimafiosa, mitologica.
Savatteri, giornalista e scrittore, usa la sua ironia affilata per attraversare questo labirinto di rappresentazioni. Non cerca una nuova definizione dell’Isola. Al contrario, prova a mostrare quanto ogni definizione sia insufficiente, parziale, talvolta comoda.
Il libro si muove tra storia, memoria, cultura popolare e industria dell’immaginario. La Sicilia diventa uno spazio fisico, ma anche mentale e simbolico. Un luogo che esiste nella geografia, certo, ma che nella percezione collettiva viene continuamente riscritto da romanzi, film, serie televisive, cronache, pubblicità, racconti familiari e stereotipi.
Il punto non è negare la Sicilia. È liberarla dalla sua immagine più pigra.
Il saggio lavora proprio sulla distanza tra ciò che l’Isola è e ciò che si continua a dire che sia. Ogni volta che sembra emergere una certezza, arriva la sua smentita. Ogni verità produce una contro-narrazione. Ogni luogo comune contiene una parte di realtà, ma diventa falso quando pretende di spiegare tutto.
È qui che il titolo trova il suo senso più forte. “La Sicilia non esiste” significa che non esiste una Sicilia sola. Di Sicilie ce ne sono molte, forse troppe. E questa molteplicità è insieme ricchezza e problema.
Savatteri attraversa alcuni dei luoghi più sensibili dell’identità isolana: la mafia e l’antimafia, la letteratura, il cinema, il turismo, la cucina, il folklore. Sono campi diversi, ma uniti da una stessa tensione: trasformare la Sicilia in racconto.
La mafia, ad esempio, è una realtà storica e criminale, ma è anche diventata un codice narrativo globale. L’antimafia, a sua volta, rischia talvolta di essere consumata come immagine, formula, rituale pubblico. La cucina siciliana, celebrata ovunque, può diventare una scorciatoia identitaria quando tutto, persino secoli di storia, finisce sommerso dalla crema di ricotta.
L’ironia di Savatteri è pungente, ma non cinica. Serve a scardinare l’abitudine, a mostrare quanto spesso la Sicilia venga semplificata proprio mentre viene celebrata. Più la si racconta come eccezione permanente, più la si allontana dalla sua complessità reale.
Il tema riguarda anche l’industria culturale. Cinema, letteratura, televisione e turismo hanno contribuito a costruire un’immagine potentissima dell’Isola. A volte l’hanno resa riconoscibile nel mondo. Altre volte l’hanno imprigionata in una sequenza di segni sempre uguali: il delitto, il mare, il pranzo, la rovina, la luce, il dialetto, la famiglia, la morte.
Savatteri conosce bene questi meccanismi perché li ha attraversati da autore. Nei suoi romanzi e nei suoi racconti ha spesso lavorato sul confine tra realtà e rappresentazione, tra ironia e indagine, tra cronaca e invenzione. In questo saggio, però, il discorso si fa più diretto: non raccontare una storia siciliana, ma interrogare il modo in cui le storie siciliane vengono prodotte, consumate e credute.
“La Sicilia non esiste” diventa così anche un libro sullo sguardo. Su come guardiamo l’Isola da fuori, ma anche su come i siciliani finiscono talvolta per guardare se stessi attraverso immagini costruite da altri o ripetute per comodità.
C’è una Sicilia da cartolina e una Sicilia da denuncia. Una Sicilia nobile e una miserabile. Una antica e una contemporanea. Una che seduce e una che respinge. Il problema nasce quando una sola di queste pretende di diventare l’unica possibile.
Il valore del libro sta nel rifiuto della semplificazione. Savatteri non cancella i miti, li smonta. Non nega le contraddizioni, le espone. Non cerca una Sicilia autentica nascosta dietro le maschere, perché anche l’autenticità può diventare una maschera. Piuttosto invita il lettore a riconoscere la stratificazione, a non accontentarsi del racconto già pronto.
In un tempo in cui i territori vengono spesso trasformati in marchi, questa operazione è necessaria. La Sicilia è diventata brand turistico, set cinematografico, prodotto gastronomico, caso politico, metafora letteraria. Tutte queste immagini hanno una loro forza, ma possono diventare gabbie se non vengono continuamente discusse.
Il libro di Savatteri si inserisce in questa discussione con leggerezza solo apparente. Il tono può essere brillante, ma la domanda è seria: che cosa resta di un luogo quando viene raccontato troppo, e sempre nello stesso modo?
La risposta non è nostalgica. Non c’è un ritorno possibile a una Sicilia pura, non contaminata dai racconti. La Sicilia vive anche delle sue narrazioni, delle sue leggende, delle sue esagerazioni. Ma proprio per questo bisogna imparare a distinguerle, a leggerle, a non subirle.
“La Sicilia non esiste” è dunque un saggio sull’identità, ma anche sulla responsabilità di chi racconta. Scrittori, giornalisti, registi, operatori turistici, politici, cittadini: tutti partecipano alla costruzione dell’immagine dell’Isola.
Il merito di Savatteri è ricordare che nessuna immagine basta. La Sicilia non entra in una definizione, in una serie televisiva, in un piatto, in una sentenza, in una fotografia al tramonto. Ogni volta che qualcuno prova a chiuderla, qualcosa sfugge.
Forse è proprio questa fuga continua a renderla ancora interessante. Non la Sicilia immobile dei cliché, ma quella inquieta, contraddittoria, cangiante. Quella che esiste proprio perché non si lascia possedere da un solo racconto.
Ines D’Orazio