Oggi i lavoratori precari della Giustizia scendono in piazza
Oggi i lavoratori precari della Giustizia manifestano in piazza a Palermo per rivendicare stabilizzazione e tutele occupazionali. In Sicilia sono 1.587 i dipendenti a tempo determinato impiegati negli uffici giudiziari grazie ai fondi del PNRR, ma per molti di loro il futuro è sempre più incerto. La paura di finire a casa senza prospettive aumenta di giorno in giorno, spingendo nuovamente i precari a far sentire la propria voce.
La mobilitazione, che prosegue anche in altre città italiane tra il 30 giugno e l’1 luglio, vuole lanciare un messaggio forte e chiaro al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo: senza nuovi stanziamenti, in autunno sarà sciopero.
A rischio metà dei posti, il sistema Giustizia verso il collasso
Secondo i sindacati, sono oltre 6.000 i lavoratori precari della giustizia che rischiano il taglio. “Uno su due potrebbe restare a casa”, avverte l’Unione Sindacale di Base (USB). Una prospettiva che, se confermata, metterebbe ulteriormente in crisi un sistema già sotto organico: “Il carico di lavoro per il personale a tempo indeterminato diventerebbe semplicemente insostenibile”, denuncia il sindacato.
La USB chiede “risposte concrete e rapide” per tutelare questi lavoratori e garantire continuità al lavoro negli uffici giudiziari, già oggi fortemente dipendenti dal contributo dei precari. "Ne hanno diritto lavoratori e lavoratrici – si legge in una nota – ma ne ha bisogno anche il sistema Giustizia che rischia il collasso".
Risorse insufficienti, si propone di tagliare la spesa militare
Il nodo centrale è quello economico: le risorse attualmente stanziate dal Governo sono considerate “largamente insufficienti” a garantire una stabilizzazione su larga scala. Senza ulteriori fondi, si perderà “un patrimonio di professionalità e competenze già formato e perfettamente inserito nell’organizzazione del lavoro della Giustizia”.
Per la USB, è una questione di priorità: se le risorse mancano, bisogna “rivedere le scelte politiche” e destinare i fondi a ciò che realmente serve al Paese, “riducendo la spesa militare per investire sui servizi pubblici essenziali”.
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