Le luci si spengono e il Baglio di Stefano, nelle campagne di Gibellina, diventa uno spazio sospeso. Non c’è bisogno di molto altro. Una voce, una musica, il buio attorno, la memoria che torna a farsi corpo.
Alle Orestiadi è andato in scena Autoritratto, spettacolo di e con Davide Enia, accompagnato dalle musiche composte ed eseguite dal vivo da Giulio Barocchieri. La data scelta, il 19 luglio, non è una data qualunque: è il giorno della strage di via D’Amelio, l’anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta.
Portare Autoritratto a Gibellina, dentro una rassegna che da decenni lavora sul rapporto tra arte, ferita e ricostruzione, ha dato allo spettacolo una risonanza particolare. Il paesaggio del Belìce, segnato dalla memoria del terremoto e dalla trasformazione culturale voluta dalle Orestiadi, ha accolto un racconto che nasce da un’altra ferita siciliana: quella della mafia.
Enia non costruisce una commemorazione. Non pronuncia un discorso pubblico in forma teatrale. Parte da sé, dalla propria infanzia, da Palermo, dalla memoria personale di chi ha imparato presto a riconoscere la presenza della mafia nella vita quotidiana.
Il suo è un autoritratto intimo e collettivo. Intimo perché attraversa episodi privati, ricordi familiari, incontri, paure, immagini rimaste addosso. Collettivo perché quella storia personale si apre subito alla storia di una città e di un Paese.
Nel racconto entrano nomi che appartengono alla memoria civile italiana: Salvo Lima, Giuseppe Di Matteo, padre Pino Puglisi, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino. Figure diverse, vicende diverse, ma tutte dentro una stessa geografia morale, quella della Sicilia attraversata dalla violenza mafiosa e dalla resistenza di chi ha scelto di non piegarsi.
Enia alterna dolore e ironia, cronaca e biografia, parola e gesto. Sa far sorridere il pubblico, poi riportarlo improvvisamente dentro il peso della storia. È una delle forze dello spettacolo: non lascia mai la memoria immobile, non la consegna alla retorica. La attraversa con il corpo vivo dell’attore.
La musica di Giulio Barocchieri accompagna il monologo senza sovrastarlo. La sua voce e i suoi suoni costruiscono una seconda trama, capace di dare respiro al racconto e di amplificarne i passaggi più intensi. Non è un sottofondo, ma una presenza scenica vera, in dialogo con la parola.
Autoritratto parte dalla Palermo degli anni Ottanta e arriva alle stragi del 1992. Il 23 maggio a Capaci, il 19 luglio in via D’Amelio. Due date che hanno cambiato la storia italiana e che, per chi le ha vissute da vicino, non appartengono soltanto ai libri o alle immagini d’archivio.
Enia racconta anche la trasformazione della città. Una Palermo piena di ombre, silenzi e paure, ma capace a un certo punto di ribellarsi, ciascuno come può. Una ribellione fatta di corpi in strada, lenzuola ai balconi, parole nuove, vergogna trasformata in domanda pubblica.
La scelta dell’artista di chiedere al pubblico di non usare i cellulari ha dato alla serata un senso ulteriore. “Lo spettacolo è dal vivo, ed è una delle poche cose dal vivo rimaste”, ha detto. Non una regola di cortesia, ma una dichiarazione di poetica.
In un tempo in cui tutto viene fotografato, registrato, condiviso e consumato, il teatro rivendica la sua natura fragile: accade una volta, davanti a persone presenti, e poi resta nella memoria di chi c’era. Proprio per questo può diventare esperienza.
Il pubblico delle Orestiadi lo ha seguito in silenzio, con attenzione crescente. Poi il lungo applauso finale, commosso, difficile da interrompere. Non solo un riconoscimento all’attore, ma una forma di partecipazione. Un modo per dire che quella memoria riguarda ancora tutti.
La Fondazione Orestiadi, inserendo Autoritratto nella giornata del 19 luglio, ha costruito un appuntamento civile prima ancora che teatrale. Il festival di Gibellina ha sempre avuto un rapporto profondo con le ferite della storia. Qui la memoria non viene separata dall’arte, né l’arte dalla responsabilità.
È anche per questo che lo spettacolo ha trovato nel Baglio di Stefano una cornice così forte. Gibellina conosce il linguaggio della perdita e della ricostruzione. Sa che il dolore, se non viene raccontato, rischia di restare maceria. Il teatro di Enia lavora proprio su questo: prende ciò che fa male e lo trasforma in racconto condiviso.
Autoritratto non offre consolazioni facili. Non chiude i conti con la mafia, non consegna al pubblico una memoria pacificata. Chiede piuttosto di restare vigili, di riconoscere quanto quella storia abbia segnato corpi, famiglie, città, generazioni.
In questa tensione sta la sua forza. La mafia non viene rappresentata come un mostro esterno, lontano, separato dalla vita comune. Enia ne mostra l’impatto sulla quotidianità, sul linguaggio, sulle paure, sui silenzi, sui modi di stare insieme.
Il teatro diventa così uno strumento di conoscenza. Non sostituisce la storia, non pretende di spiegare tutto, ma restituisce qualcosa che spesso sfugge ai resoconti: l’effetto umano degli eventi, ciò che rimane dentro chi li attraversa.
A Gibellina, nella sera del 19 luglio, Autoritratto ha ricordato che la memoria non è un rito da ripetere una volta l’anno. È una pratica difficile, che chiede presenza, ascolto e responsabilità.
Quando l’applauso si è sciolto, è rimasta quella sensazione rara che il teatro, nei suoi momenti migliori, sa produrre: non aver assistito soltanto a uno spettacolo, ma essere stati chiamati dentro una storia comune.
Ines D’Orazio