L'Italia che odia: crescono minacce, aggressioni e querele temerarie contro i giornalisti
L’attentato davanti casa di Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, ha riaperto con forza un tema che da anni attraversa in silenzio l’Italia: quello della libertà di stampa sotto attacco. Due ordigni rudimentali, esplosi a pochi metri dalla sua abitazione, hanno distrutto le auto del giornalista e della figlia, senza – per puro caso – provocare vittime. Un episodio che, pur nella sua eccezionalità, si inserisce in un quadro più ampio di minacce, intimidazioni e pressioni ai danni di chi fa informazione.
Secondo l’ultimo rapporto del Ministero dell’Interno, sono oltre 300 i giornalisti minacciati in Italia dall’inizio dell’anno. Un dato che conferma la tendenza in crescita già segnalata dall’Osservatorio Ossigeno per l’Informazione, secondo cui l’Italia rimane tra i Paesi europei con il più alto numero di segnalazioni di minacce, aggressioni e querele temerarie.
Il peso delle querele bavaglio
Oltre alle minacce fisiche e digitali, a preoccupare è l’uso distorto dello strumento giudiziario. Le cosiddette “querele bavaglio” o azioni temerarie — intentate con l’unico scopo di intimidire o mettere a tacere i cronisti — rappresentano oggi una delle principali forme di pressione.
Spesso bastano poche righe in un atto di denuncia per trascinare un giornalista o una redazione in anni di processi costosi, con il rischio di produrre un effetto di autocensura ancora più efficace della minaccia diretta.
L’Italia, pur avendo discusso più volte una legge contro le querele temerarie, non ha ancora approvato una riforma organica che protegga realmente chi esercita il diritto di cronaca. “Il problema – spiegano gli esperti di diritto dell’informazione – è che manca una norma che scoraggi chi usa la giustizia come arma di pressione. Servono filtri e sanzioni contro le denunce infondate, ma anche un sistema di tutela legale pubblica per i cronisti esposti”.
Il giornalismo d’inchiesta nel mirino
I casi più gravi riguardano soprattutto chi si occupa di inchieste su criminalità, corruzione, malaffare e politica. Lo stesso Ranucci non è nuovo a minacce: un anno fa aveva denunciato l’arrivo di proiettili nella cassetta della posta. Prima di lui, episodi simili avevano coinvolto altri giornalisti sotto scorta, da Paolo Borrometi a Federica Angeli, fino ai reporter locali che in contesti più piccoli subiscono isolamento, delegittimazione e campagne d’odio.
Il presidente della FNSI, Vittorio Di Trapani, ha definito l’attentato a Ranucci “un salto di qualità nel clima di intimidazione”.
“Non è solo un attacco a un giornalista – ha detto – ma alla libertà di informare e al diritto dei cittadini di sapere. È urgente che il Parlamento approvi misure efficaci per proteggere chi fa il proprio mestiere con onestà e coraggio”.
Il contesto europeo e il silenzio politico
Nel contesto europeo, l’Italia si trova a metà classifica per libertà di stampa secondo il World Press Freedom Index di Reporter Sans Frontières: 46ª su 180 Paesi. Peggio della maggior parte dei partner dell’Unione, a causa delle pressioni economiche, politiche e giudiziarie sul giornalismo indipendente.
Eppure, nonostante gli allarmi di organismi internazionali e associazioni di categoria, il dibattito politico nel Paese resta spesso incentrato su altro: non su come difendere l’informazione, ma su come controllarla.
Un segnale per tutti
L’ordigno esploso a Campo Ascolano non è solo un gesto criminale, ma un segnale inquietante per tutto il mondo dell’informazione.
Dietro ogni minaccia o querela bavaglio c’è un tentativo di ridurre il giornalismo a propaganda o silenzio.
E se la risposta non sarà collettiva – delle istituzioni, della magistratura, della società civile – il rischio è che a vincere non sia chi racconta la verità, ma chi vuole cancellarla.
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