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02/11/2025 06:00:00

Dal guanto all'agenda rossa: la mafia e quei pezzi mancanti ...

Un guanto precipitò
Da una mano desiderata
A toccare il pavimento del mondo
In una pista affollata
Un gentiluomo, un infedele, lo seguì con lo sguardo
E stava quasi per raggiungerlo
Ma già troppo in ritardo
E stava quasi per raggiungerlo
Ma troppo in ritardo
Era scomparsa quella mano
E tutta la compagnia
E chissà se era mai esistita…

 

Sono i versi di  una canzone di Francesco De Gregori (dall’album “Prendere o Lasciare”), che a sua volta si ispira a un ciclo di famosi disegni del 1878 di Max Klinger. La storia di un guanto. E chissà da dove viene, dove è andato, che fine ha fatto, quello che questo fine settimana è diventato il guanto più famoso d’Italia. Un guanto perduto da una mano più di quarantacinque anni fa, il 6 gennaio 1980, quando veniva freddato e ucciso nella Palermo di sangue e barbarie Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana. 

 

Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale Capo dello Stato, era un esponente della Democrazia Cristiana che governava con l’obiettivo di una «Sicilia dalle carte in regola» e le sue posizioni antimafia avevano creato tensioni politiche, soprattutto nel campo edilizio e dei lavori pubblici. L’omicidio resta irrisolto negli esecutori materiali.

Adesso, quarantacinque anni dopo, sappiamo quello che abbiamo sempre saputo, che la scena del crimine era, in questa come in altre pagine nere della storia della Repubblica italiana, straordinariamente affollata, che molte cose non tornano, che qualcuno ha mentito e che, soprattutto, c’era un guanto, che era stato trovato, e poi perso, e oggi è oggetto del desiderio di tanti, come in quella canzone di De Gregori.

 

 

È stato arrestato ai domiciliari Filippo Piritore, ex funzionario della Squadra mobile di Palermo (poi prefetto), con l’accusa di depistaggio per aver fatto sparire proprio quel guanto. Quarantacinque anni fa, il guanto di pelle marrone fu abbandonato dal killer sotto il sedile della Fiat 127 usata per la fuga. Già allora era considerato un reperto fondamentale, tanto che l’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, ne parlò in Parlamento. Oggi, con i progressi sulle analisi del DNA, sarebbe stato decisivo per risalire al nome dell’assassino. 

 

Piritore, all’epoca, scrisse una relazione in cui affermava di aver affidato il reperto a un poliziotto della Scientifica, tale Di Natale, per consegnarlo all’allora sostituto procuratore Piero Grasso. Peccato che sia Di Natale (che era anche in malattia) che Grasso abbiano negato di aver mai ricevuto quel guanto. Per la Procura, Piritore non ha fatto altro che «impedire, ostacolare e sviare» le indagini, manifestando una «pervicacia nella volontà delittuosa» che si protrae dal 1980 fino a oggi. Un comportamento infedele da parte di un funzionario dello Stato che, come ha commentato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, «fa davvero male».

 

Il caso Piritore non è che l’ultimo, sconcertante tassello in una storia di depistaggi e verità nascoste che dura da mezzo secolo. Mattarella fu ucciso per una convergenza di interessi tra mafia siciliana e l’eversione nera, una tesi sostenuta già da Giovanni Falcone. I mandanti mafiosi (Totò Riina, Michele Greco e Francesco Madonia) sono stati condannati all’ergastolo, ma i presunti, secondo la tesi, esecutori materiali, i killer neofascisti Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, sono stati assolti con sentenza definitiva. Le indagini odierne continuano a seguire la pista mafiosa e quella dell’estremismo di destra.

 

La cosa singolare è che la Sicilia è il luogo dei pezzi mancanti. Potremmo costruire una storia del nostro Paese, degli episodi di terrorismo, della mafia eversiva, proprio raccontando ciò che manca, l’assenza che più di ogni presenza ci racconta chi siamo stati.

Prendiamo la scatola nera di Cosa nostra: il famoso archivio di Totò Riina. Non stiamo parlando di una borsa o di un PC, ma di tonnellate di appunti, pizzini, registri, la vera memoria storica e contabile della Cupola. Documenti che, se fossero stati recuperati, avrebbero riscritto la storia dei rapporti tra la mafia, la politica, l’imprenditoria e le istituzioni. Ebbene, questo archivio, che valeva più dell’oro, non si trova.

È svanito dalla casa covo di via Bernini, a Palermo, poco dopo l’arresto del capomafia avvenuto il 15 gennaio 1993. Un ritardo di diciassette giorni nella perquisizione da parte dei Carabinieri del ROS ha consentito ad alcuni mafiosi di svuotare l’immobile, portando via le carte più compromettenti. Diciassette giorni. Il tempo sufficiente per organizzare un trasloco in piena regola, per far evaporare l’intera storia segreta di un’organizzazione criminale. Non un’imperizia, ma un’amnesia di Stato studiata a tavolino, il vuoto che diventa prova.

L’inchiesta e il processo sul mancato blitz hanno provato a diradare i dubbi e le polemiche, ma la verità, come sempre, è rimasta a metà strada, in una zona d’ombra dove l’efficienza investigativa cede il passo alla complicità silenziosa.

L’ufficio oggetti smarriti del cuore nero della Repubblica italiana contiene altri pezzi. Ce n’è per tutti i gusti, come nei migliori bazar degli orrori. Per ragioni di vicinanza geografica ed emotiva, io sono particolarmente legato al mistero di Mauro Rostagno, il sociologo e giornalista assassinato dalla mafia vicino Trapani il 26 settembre 1988. Anche lì, la verità si è fermata sull’uscio, bloccata da un oggetto volatile.

Qual era il suo pezzo mancante? Una videocassetta. Rostagno, all’epoca direttore dell’emittente locale RTC, stava preparando uno scoop che definiva «materiale scottante». Un reportage televisivo sulle presunte attività illecite nell’aeroporto abbandonato di Kinisia, un triangolo tra Trapani, Cosa Nostra e, si dice, i servizi segreti impegnati a far partire carichi di armi per la Somalia o chissà dove. L’ultimo, fatale, scoop.

Lui non se ne separava mai. Si era informato con i suoi collaboratori su come trasferire le immagini dal formato Umatic al più comune VHS. Rostagno, insomma, aveva fatto una copia, che teneva nella sua borsa. E l’originale? Chiuso a chiave nella scrivania dell’ufficio.

Ebbene, la sera del 26 settembre 1988, i killer non si limitarono a sparargli due colpi di calibro 38. La prima cosa che cercarono, dopo averlo ucciso, fu proprio la borsa. E in quegli stessi momenti, con una sincronia perfetta che esclude il caso, altri complici forzavano il cassetto della scrivania di Rostagno a RTC. Risultato: cassette sparite. Sia la copia che l’originale non furono mai trovate. Un buco nero che si è inghiottito non solo la vita di un uomo, ma anche la prova di un legame tra mafia, politica e deep state.

Il guanto di Mattarella, l’archivio di Riina, la videocassetta di Rostagno. L’elenco è un inventario grottesco della nostra inettitudine alla verità. Non è che i pezzi scompaiono per caso. Scompaiono perché qualcuno, sistematicamente, li fa sparire per mantenere la secessione silenziosa tra i potenti e la giustizia.

E poi c’è, il non-oggetto più famoso, più agognato, e più disperatamente assente della storia repubblicana: la famigerata Agenda Rossa di Paolo Borsellino. Non si trovano gli ultimi appunti del magistrato. Cosa poteva esserci di tanto importante in quelle pagine? Per capirlo bisogna ripercorrere i cinquantasette giorni che restano da vivere a Borsellino dopo la morte dell’amico fraterno, Giovanni Falcone. Un periodo frenetico, ossessivo, in cui il magistrato sapeva di essere il prossimo.

Borsellino, in quelle poche settimane, decide di riprendere in mano le indagini sulle infiltrazioni di Cosa Nostra nel mondo degli appalti, quelle indagini che per Falcone erano ormai la priorità assoluta per colpire la mafia al cuore economico. Lo sappiamo perché interroga due collaboratori di giustizia chiave. Va a interrogare Leonardo Messina, un nuovo pentito originario del Nisseno, che gli conferma la necessità di Cosa Nostra di proteggere i suoi patrimoni. Ma soprattutto interroga Gaspare Mutolo, un uomo d’onore di rango che già a Falcone aveva manifestato l’intenzione di svelare la vera rivoluzione: i rapporti fra uomini dello Stato e la mafia.

L’Agenda Rossa era lo specchio di questa corsa contro il tempo. «Non si separava mai da quell’agenda» racconterà la vedova, Agnese Piraino Leto, ai giudici del primo processo Borsellino. «Segnava tutto: incontri, impegni di lavoro. Però adesso non si trova più. Quella domenica, a pranzo, la teneva nelle mani ed aveva segnato gli appuntamenti della settimana successiva».

Il 19 luglio 1992, dopo la strage di via D’Amelio, in quel caos controllato, fra poliziotti che correvano a vuoto e uomini d’ombra che si muovevano con chirurgica precisione, l’Agenda Rossa svanì. È stata sottratta. Un pezzo di memoria che non è solo un appunto, ma la sintesi della trattativa in atto, il nome e cognome dei veri mandanti dietro gli esecutori mafiosi.

L’assenza dell’Agenda Rossa è l’assenza di un intero capitolo della Repubblica. È la prova che il sistema preferisce l’oblio alla giustizia, che il depistaggio non è un errore, ma un metodo di governo. Ed è per questo che il guanto perduto di Piersanti Mattarella, il guanto che l’ex prefetto Piritore avrebbe fatto sparire, fa così male: perché riapre una ferita mai suturata, e ci ricorda che in Sicilia, e in Italia, il vero potere non è quello che si vede, ma quello che nasconde i pezzi.