×
 
 
11/11/2025 18:10:00

Caro generale, la storia non si riscrive con un post...

Dopo la definizione di “statista” per Benito Mussolini ad opera di Vannacci, lo stesso si è cimentato nel revisionismo storico del ventennio.
Lo ha fatto con un post social, utilizzato come una lectio magistralis, nel quale ci erudisce che:

 

“RIPETIZIONI PER CHI LA STORIA L’HA STUDIATA NEI MANUALI DEL PD.
Il 15 maggio 1921, Benito Mussolini viene eletto in Parlamento con i Fasci italiani di combattimento. Fu il terzo deputato più votato d’Italia.
La Marcia su Roma non fu un colpo di Stato ma ‘poco più di una manifestazione di piazza’ (Francesco Perfetti – storico). Il Regio Esercito, agli ordini del re, aveva tutte le possibilità di fermare la Marcia su Roma, ma Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare lo stato d’assedio e il 29 ottobre convocò Mussolini a Roma (che giunse comodamente in treno da Milano), incaricandolo di formare un governo di coalizione.
Il 17 novembre 1922 l’esecutivo formato da Mussolini (composto non solo da fascisti, ma anche da liberali, popolari e nazionalisti) ottenne la fiducia della Camera dei deputati con 306 voti favorevoli, 116 contrari e 7 astenuti. Così, fu possibile per Mussolini – continua Francesco Perfetti (storico) – ‘giungere al potere in maniera formalmente legale (….)’.
Il fascismo, almeno fino alla metà degli anni Trenta, esercitò il potere attraverso gli strumenti previsti dallo Statuto Albertino, cioè all’interno dell’ordinamento giuridico del Regno d’Italia.
Tutte le principali leggi — dalla riforma elettorale del 1923 alle norme sul partito unico, fino alle stesse leggi del 1938 — furono approvate dal Parlamento e promulgate dal Re, secondo le procedure previste dalla legge.”

 

 Si rammentano alcuni fatti, ritenuti universalmente verità storiche: il re Vittorio Emanuele III non firmò lo stato d’assedio durante la Marcia su Roma per paura di essere detronizzato in favore del duca d’Aosta, monarchico filofascista, e per il timore che l’esercito non avrebbe obbedito all’ordine di agire contro i fascisti, poiché molti li sostenevano. Inoltre, si sentiva abbandonato dai notabili liberali che già negoziavano in segreto con l’uomo che si sarebbe poi dichiarato Dux.

Le elezioni politiche del 1924 avvennero in un clima di intimidazioni e violenze che assicurarono una larga maggioranza al nuovo governo, pari al 65%, con 376 parlamentari, di cui 275 iscritti al PNF — sette in più della maggioranza assoluta dell’Assemblea, fissata a quota 268 — e 101 appartenenti alla coalizione. Fonte: la Treccani, tanto citata dal generale.

 

L’esercizio della prepotenza fu denunciato alla Camera dei deputati da Giacomo Matteotti, e ciò ne causò il sequestro: fu poi ritrovato ucciso nell’agosto del 1924. Il 3 gennaio 1925, in un discorso alla Camera, Mussolini si assunse pubblicamente la “responsabilità politica, morale e storica” del clima nel quale l’assassinio si verificò.

Dopo due anni arrivarono l’approvazione delle leggi fascistissime e la decadenza dei deputati che avevano partecipato alla secessione dell’Aventino, in protesta per il delitto Matteotti: ciò diede vita de facto alla dittatura.

Silenziare gli oppositori con il carcere — da Altiero Spinelli a Cesare Pavese, solo per citarne alcuni — divenne una pratica arbitraria. Con Gramsci, il Duce si superò: fu arrestato da deputato del Regno d’Italia alla fine del 1926, calpestando il divieto stabilito proprio dallo Statuto Albertino tanto menzionato da Vannacci.

Caro generale e vicesegretario della Lega, il revisionismo storico necessita di prove più consistenti.

 

Vittorio Alfieri