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04/12/2025 06:00:00

Arresto di Totò Cuffaro, così crolla il “presidente ombra” della Sicilia

Per la seconda volta nella sua lunga e controversa parabola politica, Totò Cuffaro si ritrova ai domiciliari. Ma questa volta la vicenda va oltre il profilo penale e affonda direttamente al centro del potere regionale, rivelando un sistema che – secondo gli inquirenti – non solo orientava nomine e concorsi nella sanità siciliana, ma condizionava in profondità la vita del governo guidato da Renato Schifani.

Il provvedimento del gip Carmen Salustro, emesso dopo gli interrogatori di garanzia, tratteggia un quadro nitido: Cuffaro, oggi leader della rinata Democrazia Cristiana, sarebbe stato “l’artefice delle trame intessute dal sodalizio”, il vertice di una struttura che sfruttava legami politici e amministrativi per alterare concorsi, pilotare appalti e costruire un sistema di potere parallelo alla Regione.

In totale sono 18 gli indagati. Per tre di loro – Cuffaro, Roberto Colletti e Antonio Iacono – sono scattati i domiciliari. Per altri tre (Vito Raso, Marco Dammone, Mauro Marchese) l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

 

Il lato penale: concorsi truccati, appalti pilotati e favori politici

 

L’indagine ruota attorno a due filoni principali: il concorso per la stabilizzazione di 15 operatori socio-sanitari (OSS) all’Ospedale Villa Sofia di Palermo e un maxi appalto dell’Asp di Siracusa a favore della società Dussmann.

 

Il concorso di Villa Sofia: “Ecco le tracce, studiate tutto”

 

Per la giudice Salustro la corruzione è “pienamente provata”. Le carte descrivono un meccanismo semplice e brutale.

  • Roberto Colletti, allora direttore generale di Villa Sofia, avrebbe nominato Antonio Iacono presidente della commissione esaminatrice.
  • Iacono avrebbe ricevuto da Vito Raso – storico collaboratore di Cuffaro – le richieste sui nominativi da favorire.
  • Cuffaro avrebbe consegnato ai candidati “segnalati” le tracce delle prove scritte e orali, tre giorni prima dell’esame dell’11 giugno 2024.
  • Le intercettazioni sono eloquenti.

    In casa dell’ex presidente, Colletti riceve una lista di candidati sponsorizzati. Cuffaro commenta:

    “A questo serve… non serve solo a fare bene al pubblico. Serve anche a fare bene alla Democrazia Cristiana”.

    Il passaggio decisivo avviene tra il 7 e l’8 giugno: le telecamere del Ros riprendono la consegna di una busta bianca contenente, secondo gli inquirenti, le tracce del concorso.

    Poi una scena che sintetizza l’intero sistema:
    un candidato va direttamente a casa di Cuffaro. L’ex governatore gli passa una busta con le prove e spiega:

    “Fanno tre buste che sorteggerete… e qua ci sono gli argomenti… però te li devi studiare tutti”.

    Il gip sottolinea come gli indagati abbiano “ammesso parzialmente” il meccanismo, nel tentativo di ridimensionarlo.

     

    Gli appalti e il “sistema Cuffaro” nella sanità

     

    Il secondo filone riguarda l’appalto dell’Asp di Siracusa per il servizio di ausiliarato e reception, assegnato alla Dussmann.
    Secondo la Procura, il funzionario pubblico vicino a Cuffaro avrebbe orientato l’appalto in favore dell’azienda, ottenendo in cambio promesse di assunzioni, subappalti e contratti.

    Cuffaro, spiegano gli inquirenti, avrebbe coinvolto l’intera commissione, trasformando la gara in un affare politico-imprenditoriale.

    Tra gli indagati figura anche Alessandro Caltagirone, ex commissario straordinario dell’Asp, per il quale però non sono state ritenute necessarie misure cautelari.

     

    Il lato politico: Cuffaro presidente ombra della Sicilia

     

    La parte più esplosiva dell’inchiesta non è (solo) quella penale. È la dinamica politica che emerge dalle carte.

    La giudice Salustro descrive un sistema “connotato da un vincolo stabile”, fondato sull’ascendente politico di Cuffaro e sulle sue “entrature” nella politica e nella pubblica amministrazione.

    Un potere tanto pervasivo da condizionare persino le scelte del governo regionale.

     

    Chi decide davvero in Sicilia?

     

    Lo scenario che si delinea è quello di una Regione guidata ufficialmente da Renato Schifani, ma di fatto controllata – almeno nelle partite della sanità – dall’ex governatore, accolto e reintegrato nel circuito politico nonostante la condanna definitiva per favoreggiamento alla mafia.

    «Non serviva un’indagine giudiziaria», racconta un amministratore locale.
    «Nel suo feudo, l’agrigentino, decideva ogni nomina. E il sistema era lo stesso di sempre».

    Schifani, travolto dall’inchiesta, ha chiesto le dimissioni degli assessori democristiani Nuccia Albano e Andrea Messina. Una mossa tardiva, che molti leggono come un tentativo di salvare un governo incrinato nelle fondamenta.

     

    Gli affondi del Gip: “Pervicacia e spregiudicatezza”

     

    Le motivazioni dell’ordinanza sono severe. Scrive il gip:

    “Con pervicacia e spregiudicatezza ha sistematicamente sfruttato il potere politico riconosciutogli… per favorire richieste avanzate da privati, con grave compromissione dell’interesse pubblico”.

    L’interesse pubblico – dovrebbe essere ovvio – era nelle mani del governo regionale.
    E invece, secondo la ricostruzione giudiziaria, veniva piegato alle esigenze della rete democristiana.

     

    Il precedente e la “riabilitazione” politica

     

    Dopo la condanna definitiva per favoreggiamento alla mafia, Cuffaro aveva promesso di ritirarsi dalla scena pubblica. Non lo ha fatto.

    Riabilitato dal tribunale, è tornato più forte di prima: il suo partito è stato determinante per gli equilibri della maggioranza regionale e le sue relazioni con Lega e Fratelli d’Italia erano ormai strutturali.

    Il resto è cronaca.

    Il “presidente ombra” è finito ai domiciliari.
    E con lui rischia di cadere un intero modello di gestione del potere.

     

    La sua reazione: “Ho fatto una minchiata”

     

    Quando i carabinieri del Ros si sono presentati a casa sua, Cuffaro avrebbe ammesso:

    “Ho fatto una minchiata”.

    Poi si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    Gli avvocati sottolineano che alcune contestazioni sono state ridimensionate in traffico di influenze, ma il cuore dell’accusa – la corruzione aggravata – ha retto.

     

    Cosa accadrà ora

    La Sicilia si ritrova a fare i conti con l’ennesimo scandalo politico-giudiziario che investe la sanità, settore già devastato da anni di clientelismo.

    Il governo Schifani esce indebolito, la maggioranza trema, i partiti nazionali osservano con imbarazzo.

    E soprattutto, ancora una volta, si scopre che il confine tra potere politico e gestione amministrativa – in Sicilia – resta un terreno scivoloso, dove vecchie logiche sembrano più vive che mai.

     

    Qui un editoriale del direttore di Tp24