La riforma della Corte dei Conti: meno controlli, più silenzio. E lo Stato arretra
Fra i corridoi della magistratura contabile la battuta circola da giorni, con un misto di amarezza e disincanto: «Il governo si è vendicato per la bocciatura del Ponte sullo Stretto». Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, respinge con decisione l’accusa: «Nessuna vendetta». Ma, vendetta o no, una cosa è certa: la riforma del danno erariale è legge, e segna uno dei più profondi arretramenti del sistema dei controlli sulla spesa pubblica degli ultimi decenni.
Il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge promosso da Fratelli d’Italia che modifica in modo sostanziale le competenze e l’azione della Corte dei Conti. I numeri raccontano di un’aula divisa ma senza ostruzionismo: 93 sì del centrodestra, 53 no delle opposizioni, 5 astenuti di Italia Viva. Un voto arrivato in un clima quasi surreale, con i trolley pronti per Capodanno e un Parlamento che, mentre il Paese è distratto dalle feste, riscrive una parte delicatissima dell’equilibrio istituzionale.
La “paura della firma” come racconto politico
La riforma nasce ufficialmente per combattere la cosiddetta “paura della firma”, quel timore – secondo i proponenti – che paralizzerebbe amministratori e dirigenti pubblici, rallentando l’attuazione delle opere, a cominciare da quelle finanziate dal Pnrr. È questa la narrazione portata avanti da Tommaso Foti, allora capogruppo di FdI alla Camera e oggi ministro per il Pnrr, che già nella relazione introduttiva parlava di una burocrazia bloccata dalla minaccia di responsabilità contabile.
Ma è una lettura che convince poco. Già dal 2020, in piena emergenza Covid, è in vigore lo “scudo erariale”, che limita la responsabilità al solo dolo, escludendo la colpa grave. Uno scudo prorogato più volte e ora reso strutturale. Difficile sostenere, dunque, che gli amministratori fossero paralizzati dal terrore di rispondere alla Corte dei Conti, quando di fatto il perimetro della responsabilità era già fortemente ridotto.
La colpa grave “tipizzata”: una rete a maglie larghissime
Il cuore della riforma sta nella tipizzazione della colpa grave, richiesta dalla Corte costituzionale nel 2024. Ma il modo in cui il Parlamento ha dato seguito a quell’invito è ciò che solleva le maggiori perplessità. La colpa grave viene circoscritta a ipotesi estremamente ristrette: violazione manifesta della legge, travisamento evidente dei fatti, affermazioni in contrasto con realtà “incontestabilmente” accertate.
Secondo opposizioni e magistrati contabili, così facendo si crea una zona franca vastissima, in cui errori macroscopici, negligenze pesanti e gestioni disinvolte del denaro pubblico rischiano di restare senza conseguenze. A rendere il quadro ancora più problematico è il tetto massimo del risarcimento: non oltre il 30 per cento del danno accertato. Una soglia che, a fronte di sprechi milionari, appare più simbolica che deterrente.
Il silenzio-assenso: quando il controllo diventa una formalità
Il punto più controverso è forse il meccanismo del silenzio-assenso sui pareri preventivi di legittimità. Le amministrazioni potranno chiedere un parere alla Corte dei Conti; se entro 30 giorni (prorogabili a 90) non arriva risposta, l’atto si considera legittimo e il danno erariale è escluso.
Un’idea che Roberto Cataldi (M5s) ha definito “geniale”, ma in senso ironico: senza un rafforzamento degli organici della Corte, il rischio è evidente. Il silenzio non sarà frutto di una valutazione ponderata, ma della semplice impossibilità materiale di rispondere in tempo. Il controllo, così, si trasforma in un automatismo che tutela l’amministrazione, non l’interesse pubblico.
La reazione dei giudici e della società civile
L’Associazione dei magistrati della Corte dei Conti non usa mezzi termini: «Una pagina buia per i cittadini». Perché la riforma, spiegano, indebolisce il principio di responsabilità nella gestione delle risorse pubbliche e riduce la capacità dello Stato di prevenire e sanzionare sprechi e mala gestione.
Critiche dure arrivano anche da Libera, che parla di un progetto “pervicace” di una maggioranza insofferente ai vincoli dello Stato di diritto. E l’Anm intravede una continuità preoccupante: dopo l’abrogazione dell’abuso d’ufficio e gli attacchi alla magistratura ordinaria, ora tocca ai giudici contabili.
Vendetta o scelta politica?
Mantovano respinge l’idea che la riforma sia una risposta alla bocciatura della Corte dei Conti sul Ponte sullo Stretto. Formalmente ha ragione: l’iter del ddl è iniziato due anni fa. Ma la coincidenza temporale, e soprattutto il clima politico, rendono difficile ignorare il contesto. La Corte dei Conti è diventata, negli ultimi anni, uno dei pochi argini tecnici e indipendenti contro decisioni politiche opache o forzate. Indebolirla significa ridurre uno spazio di controllo scomodo.
Meno controlli, più fiducia cieca
Il governo parla di “svolta storica”, di pubblica amministrazione più veloce e meno impaurita. Ma la domanda resta inevasa: a quale prezzo? Perché se la velocità si ottiene sacrificando i controlli, il rischio non è solo qualche spreco in più, ma un cambio di paradigma. Il denaro pubblico diventa affare di pochi, con responsabilità sempre più diluite e difficili da accertare.
In un Paese che ha conosciuto – e conosce – corruzione, clientele e mala gestione come mali strutturali, l’idea che il problema sia l’eccesso di controlli appare quantomeno miope. O, come temono in molti, profondamente ideologica.
La riforma è legge. Gli effetti si vedranno nel tempo. Ma una cosa è già chiara: lo Stato ha deciso di fidarsi di più dei suoi amministratori e di controllarli meno. E la storia italiana insegna che non sempre è una buona notizia.
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