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04/01/2026 19:00:00

Venezuela, l’attacco di Trump e il petrolio: il Paese con il 20% delle riserve mondiali

L’operazione militare lanciata dagli Stati Uniti contro il Venezuela, culminata con l’arresto del presidente Nicolás Maduro e della moglie e il loro trasferimento negli Stati Uniti, dove sono stati incriminati con l’accusa di narcotraffico e sostegno al terrorismo, ha immediatamente acceso l’allarme nella comunità internazionale. Il presidente americano Donald Trump ha parlato di una “amministrazione temporanea” del Paese sudamericano per garantire una transizione politica ordinata, annunciando al contempo l’ingresso massiccio delle grandi compagnie petrolifere statunitensi nel settore energetico venezuelano.

Al di là delle implicazioni diplomatiche e giuridiche, l’operazione riporta al centro una realtà difficilmente ignorabile: il Venezuela è il Paese con le maggiori riserve petrolifere provate al mondo. Una ricchezza che, da sola, contribuisce a spiegare il peso strategico del Paese nello scacchiere globale.

 

Venezuela primo al mondo per riserve di petrolio

Secondo le più recenti elaborazioni del Centro studi di Unimpresa su dati Opec aggiornati all’inizio del 2025, il Venezuela dispone di circa 303 miliardi di barili di petrolio, pari a quasi il 20% delle riserve globali, stimate complessivamente in circa 1.567 miliardi di barili.

Un primato netto, che colloca Caracas davanti all’Arabia Saudita (267 miliardi di barili, circa il 17%) e all’Iran (208 miliardi, oltre il 13%). Un dato che certifica la fortissima concentrazione delle risorse energetiche mondiali in poche aree del pianeta: le prime cinque nazioni detentrici di riserve coprono oltre il 69% del petrolio mondiale, mentre le prime dieci superano il 95%.

 

Il nodo dell’Orinoco e il paradosso venezuelano

La leadership venezuelana è legata soprattutto alla Fascia dell’Orinoco, uno dei più grandi bacini petroliferi del pianeta, ricco di greggi extra-pesanti. Una ricchezza immensa che, tuttavia, non si è tradotta negli ultimi anni in capacità produttiva e stabilità economica.

Anni di inefficienze gestionali, sotto-investimenti e sanzioni internazionali hanno fatto crollare la produzione, lasciando gran parte delle risorse sotto terra. È proprio questo paradosso – enormi riserve ma scarsa capacità di sfruttamento – a rendere il Venezuela un asset strategico di portata globale.

La mappa mondiale delle riserve

Dopo Venezuela, Arabia Saudita e Iran, la classifica dei principali Paesi detentori di riserve petrolifere vede:

  • Canada, con 163 miliardi di barili (10,4%), in gran parte legati alle sabbie bituminose dell’Alberta;
  • Iraq, con 145 miliardi di barili (9,3%);
  • Emirati Arabi Uniti, con 113 miliardi di barili (7,2%);
  • Kuwait, con 101,5 miliardi (6,5%);
  • Russia, con circa 80 miliardi (5,1%);
  • Stati Uniti, con 74,4 miliardi (4,7%);
  • Libia, con 48,4 miliardi di barili (3,1%).

Nel complesso, i primi sette Paesi superano l’80% delle riserve mondiali, a conferma di quanto la geografia del petrolio continui a condizionare gli equilibri economici e politici globali.

 

Petrolio, potere e decisioni geopolitiche

«La vicenda delle ultime ore conferma come la mappa delle risorse fossili continui a orientare decisioni politiche di altissimo livello», afferma il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. «Sicurezza energetica, stabilità regionale e controllo delle fonti restano profondamente intrecciati. Anche nel percorso della transizione energetica, il mondo continua a dipendere in modo sostanziale dal petrolio».

Secondo Longobardi, il Venezuela rappresenta un caso emblematico: «Un Paese che detiene il maggiore patrimonio petrolifero del pianeta, ma che non è riuscito a trasformarlo in sviluppo e stabilità. Le sue riserve restano un asset di valore globale, capace di influenzare sicurezza energetica, rapporti di forza regionali e scelte di politica estera».

In questo quadro, l’intervento statunitense assume una valenza che va ben oltre la dimensione giudiziaria e militare: il controllo, diretto o indiretto, delle grandi risorse petrolifere continua a essere uno dei fattori determinanti delle dinamiche internazionali, anche in un mondo che guarda – almeno sulla carta – alla transizione energetica.



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