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06/01/2026 08:23:00

Piersanti Mattarella, 46 anni dopo: delitto senza verità tra depistaggi e nuove indagini

 

Sono passati 46 anni dall’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana ucciso il 6 gennaio 1980 davanti alla sua abitazione di via Libertà, a Palermo. Quasi mezzo secolo dopo, quel delitto resta uno dei più oscuri della storia repubblicana italiana, segnato da silenzi, piste deviate e verità mai pienamente accertate.

Mattarella, fratello maggiore del Capo dello Stato Sergio Mattarella, stava portando avanti un profondo progetto di rinnovamento della Sicilia: rigore amministrativo, trasparenza, riforme e una visione moderna dello sviluppo economico e civile dell’Isola. Un’azione che aveva acceso speranze tra i siciliani onesti e raccolto consensi anche a livello nazionale, ma che venne brutalmente interrotta quella mattina dell’Epifania. Il killer sparò a distanza ravvicinata, uccidendo Mattarella sul colpo e ferendo la moglie Irma Chiazzese, che tentò disperatamente di soccorrerlo.

 

Il nome dell’esecutore materiale non è mai stato definitivamente accertato. Da un anno, però, nuove indagini della Procura di Palermo hanno riportato al centro dell’inchiesta due boss mafiosi già condannati all’ergastolo: Antonino Madonia e Giuseppe Lucchese. Secondo l’accusa, a sparare sarebbe stato Nino Madonia, figlio del boss Ciccio Madonia, mentre Lucchese avrebbe fatto da autista. Entrambi rappresentano figure centrali della mafia palermitana degli anni della seconda guerra di mafia.

Le indagini oggi si concentrano anche su un reperto minuscolo ma potenzialmente decisivo: una strisciata di impronta digitale lunga circa tre centimetri, estremamente fragile, analizzata nei laboratori dell’Università di Palermo. I periti parlano di un lavoro complesso e delicatissimo: qualsiasi errore potrebbe compromettere per sempre la possibilità di estrarre un profilo genetico. I risultati sono attesi nei prossimi giorni.

 

A rendere ancora più inquietante il quadro sono i depistaggi emersi negli ultimi mesi. Lo scorso ottobre è stato arrestato l’ex prefetto Filippo Piritore, già funzionario della Squadra mobile di Palermo, accusato di aver ostacolato e sviato le indagini fin dal 1980. Al centro delle accuse c’è la sparizione di un guanto di pelle marrone, trovato nella Fiat 127 usata dai killer e mai repertato, nonostante fosse considerato allora un elemento chiave, citato persino in Parlamento dall’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. Per i magistrati, Piritore avrebbe perseverato per decenni nel fornire versioni false, rallentando la ricerca della verità.

 

Il tribunale del riesame ha confermato la custodia cautelare, parlando di “gravi indizi di colpevolezza” e di una condotta caratterizzata da “speciale disinvoltura”, sottolineando come i depistaggi abbiano inciso su una delle pagine più drammatiche della storia italiana.

 

A 46 anni dall’assassinio, il nome di Piersanti Mattarella resta simbolo di una Sicilia che voleva cambiare. Ma il suo omicidio continua a interrogare lo Stato e le istituzioni: tra nuove piste, vecchi silenzi e misteri che, ancora oggi, chiedono giustizia.