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06/01/2026 06:00:00

Rapitalà, da cantina bancomat della cosca al riscatto

La vicenda di Tenute Rapitalà, a Camporeale, è una di quelle storie siciliane che iniziano con un atto giudiziario pesantissimo e finiscono, raramente, con una certificazione pubblica di bonifica e trasparenza. Non un semplice “lieto fine”, ma un percorso tecnico e concreto: controlli, riorganizzazione, rottura dei legami opachi, cambio di governance, vigilanza esterna. Fino alla chiusura, il 29 dicembre 2025, della procedura di prevenzione collaborativa disposta dalla Prefettura di Palermo e al reinserimento dell’azienda nella white list.

 

Al centro c’è una delle cantine più note della Sicilia, fondata nel 1968, diventata nel tempo un marchio riconoscibile anche fuori dall’Isola, con una struttura produttiva importante e un nome che, per il territorio, ha un valore economico e simbolico enorme. Proprio per questo, quando la DDA di Palermo mette nero su bianco che quella cantina sarebbe stata, per il clan locale, una “mammella da mungere”, l’impatto è doppio: sul piano giudiziario e su quello dell’immagine.

 

L’ordinanza del Gip: 400 pagine per spiegare perché Rapitalà era “asservita”

 

Il provvedimento cardine dell’inchiesta è l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip Lirio Conti del Tribunale di Palermo su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia. È un atto lungo oltre 400 pagine, eseguito dai Carabinieri il 17 febbraio 2025, che porta all’arresto di sei persone ritenute legate al clan mafioso di Camporeale.

In quelle pagine viene ricostruito il presunto funzionamento della cosca guidata da Antonino Scardino e il suo radicamento economico sul territorio. Tra gli ambiti di interesse, secondo l’impostazione investigativa, c’è anche il settore vitivinicolo. Rapitalà, nell’ordinanza, viene indicata come la cantina più importante per fama e dimensioni nel comprensorio e, al tempo stesso, come un’impresa “permeabile”: non necessariamente “diretta” dalla mafia, ma descritta come utilizzabile dal clan, fino a diventare, nella rappresentazione degli atti, una risorsa da cui ottenere vantaggi e forniture.

Il passaggio più duro è quello che definisce l’azienda “asservita” alla cosca. Il concetto, così come emerge dagli elementi indicati, ruota attorno a una rete di presenze e relazioni interne: undici dipendenti stagionali vengono ritenuti contigui o collegati per parentela a soggetti mafiosi. Tra i nomi citati negli atti e nelle ricostruzioni figurano Alfio Tomarchio e Ignazio Arena.

 

Intercettazioni, forniture e “favori”: denaro, vino, nafta e le ispezioni Asp

 

L’ordinanza riporta intercettazioni e conversazioni ambientali che, secondo l’impianto accusatorio, documentano un circuito di forniture periodiche al clan: denaro, vini e perfino nafta. Non si parla soltanto di presenze lavorative “sensibili”, ma di una presunta utilità continuativa, materiale, tangibile.

Nel mosaico delineato dal Gip, compaiono anche presunti favoritismi legati a controlli e verifiche, con riferimento a ispezioni dell’ASP che avrebbero avuto “corsie preferenziali” grazie a soggetti indicati negli atti: Giuseppe Bologna e Leonardo Caruso. È uno degli aspetti che, insieme al quadro complessivo, contribuisce a motivare l’accusa di associazione mafiosa (art. 416-bis c.p.) contestata agli arrestati e a descrivere il contesto nel quale l’azienda sarebbe stata esposta al rischio di condizionamento.

 

La ricostruzione investigativa, oltre a Rapitalà, parla di un controllo mafioso che si estenderebbe a pascoli, terreni e aziende agricole del territorio, in un sistema di permeabilità economica e sociale in cui l’impresa “grande” può diventare, se non protetta, l’obiettivo più appetibile.

 

La svolta: niente interdittiva, ma prevenzione collaborativa

 

Davanti a un contesto così, la conseguenza più attesa sarebbe stata l’interdittiva antimafia, con effetti immediati e spesso irreversibili sull’attività. Invece la Prefettura di Palermo sceglie un’altra strada: la prevenzione collaborativa.

La differenza non è di forma. Con la prevenzione collaborativa lo Stato non “lascia correre”, ma impone un percorso serrato di decontaminazione, mantenendo però l’azienda in vita, evitando il commissariamento e puntando a un obiettivo: spezzare davvero i legami a rischio, mettere in sicurezza procedure e personale, ricostruire una governance impermeabile. Nel caso Rapitalà si parla di un semestre unico di lavoro e verifiche.

Ed è qui che la storia diventa, oltre che giudiziaria, anche industriale e amministrativa.

 

Rapitalà e GIV: i numeri, l’assetto e l’acquisizione del 100%

 

Rapitalà è parte del Gruppo Italiano Vini (GIV) dal 1999. Parliamo, secondo i dati riportati, di circa 2,6 milioni di bottiglie l’anno, su 176 ettari biologici: un’azienda strutturata, con filiera, personale stagionale, relazioni con fornitori e clienti, esposizione reputazionale e commerciale.

Nel pieno del percorso di risanamento, avviene un passaggio societario decisivo: a maggio 2025 GIV acquisisce il 100% delle quote di Tenute Rapitalà. E nomina un nuovo vertice: presidente diventa l’avvocato Nino Caleca, chiamato a guidare l’uscita dall’emergenza e a gestire il rapporto con istituzioni e controlli.

 

Il “manuale” del risanamento: codice etico, taglio dei rapporti, dipendenti allontanati

 

Il lavoro svolto durante la prevenzione collaborativa viene descritto, dalla stessa società, come una bonifica reale. Gli strumenti citati sono quelli tipici di un percorso serio: un codice etico rigido, procedure interne più stringenti, attenzione sui rapporti di lavoro e sulle selezioni, riduzione dei rischi.

Uno dei passaggi più delicati riguarda il personale: Rapitalà indica di avere allontanato i dipendenti sospetti, anche ricorrendo a transazioni giudiziarie. È un punto non secondario, perché racconta la difficoltà concreta di “ripulire” un’impresa: non basta dichiarare la legalità, bisogna intervenire su contratti, contenziosi, prassi, abitudini. E farlo lasciando tracce verificabili.

 

L’organismo di vigilanza: Canzio, Petralia, Santangelo

 

Accanto alla nuova presidenza, viene istituito un organismo di vigilanza di alto profilo, composto da Giovanni Canzio, Dino Petralia e Alessandra Santangelo. È un segnale preciso: mettere il controllo interno (e quindi la prevenzione futura) nelle mani di figure che, per curriculum e reputazione, rendono la scelta difficilmente attaccabile e soprattutto credibile.

 

La chiusura del 29 dicembre 2025: “cessato il pericolo” e nessun altro tentativo di infiltrazione

 

Il percorso si chiude formalmente con il provvedimento della Prefettura: il 29 dicembre 2025 la prevenzione collaborativa viene archiviata con esito positivo. La Prefettura riconosce “il venir meno del pericolo di agevolazione occasionale” e “l’assenza di altri tentativi di infiltrazione mafiosa”, valorizzando l’azione autonoma e risolutiva messa in campo dall’azienda.

Un dato da tenere a mente: sul piano pubblico non risultano, per quanto indicato, ulteriori atti penali noti che colpiscano Rapitalà come impresa dopo quella fase. L’inchiesta penale descrive il contesto e colpisce gli indagati del clan; la risposta amministrativa, invece, agisce per prevenire e bonificare, fino alla certificazione di legalità.

 

Il gesto simbolico: la talea dell’Albero Falcone

 

Caleca ha annunciato anche un gesto simbolico, ma con un peso comunicativo e culturale forte: a maggio 2026 nelle terre della tenuta verrà piantata una talea dell’Albero Falcone. Un modo per dire che il punto non è “salvare l’azienda” soltanto per salvare un brand, ma farlo dichiarando una scelta di campo, pubblica, irreversibile.

 

Perché questa storia conta

 

La lezione, se vogliamo chiamarla così, è che esiste una strada intermedia tra due estremi: chiudere, commissariare, distruggere valore; oppure negare, minimizzare, attendere che passi. La prevenzione collaborativa, quando funziona, impone un lavoro sporco e faticoso: tagliare rapporti, cambiare regole, mettere controlli, accettare verifiche, esporre l’azienda a un giudizio pubblico.

Nel caso Rapitalà, la chiusura positiva e il ritorno in white list raccontano un percorso che, al netto della durezza dell’inchiesta e delle ombre descritte negli atti, produce un esito chiaro: l’impresa viene considerata oggi, dalle istituzioni, bonificata e nuovamente affidabile.

E per una cantina che negli atti era stata raccontata come “bancomat” della cosca, non è un dettaglio. È la differenza tra essere trascinati dal contesto e scegliere di spezzarlo.



Antimafia | 2026-01-06 06:00:00
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Rapitalà, da cantina bancomat della cosca al riscatto

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