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09/01/2026 06:00:00

Gibellina e Corrao, come una ferita

Ludovico Corrao non è una figura da ricordare né da difendere, ma una ferita da tenere aperta: qualcosa che non consola, non protegge, e non permette di stare comodi nel presente.

 

Per questo mi inquieta il modo in cui, oggi, il suo nome viene stirato, piegato, riposto e poi sventolato come una bandiera. Ci sono figure che, dopo la morte, diventano rassicuranti, evocabili a comando, utili a giustificare scelte presenti attraverso una presunta continuità col passato. Ludovico Corrao non può appartenere a questa categoria. E non lo dico per difenderne un’immagine pura — Corrao non è mai stato “puro” — ma per rispetto della sua natura profonda: irriducibile, laterale, visionaria e anche opportunista, senza che queste dimensioni possano essere separate o moralizzate.

 

Usarlo oggi come una coperta — tirata da una parte o dall’altra a seconda delle necessità del momento, per legittimare scelte, invocare continuità, rassicurarsi sul fatto che lui avrebbe voluto così — significa non averlo compreso o, più semplicemente, usarlo come alibi.

 

È proprio su questo punto che si gioca una rimozione più sottile, e per questo più grave. È ipocrita magnificare oggi Ludovico Corrao tentando al tempo stesso di ignorare le sue contraddizioni, perché Corrao non è riducibile a un ruolo, a un valore morale esemplare, né a una parte politica riconoscibile.

 

 

La sua forza stava proprio nell’impossibilità di collocarlo stabilmente. Rimuovere questa irregolarità, presentarlo come figura coerente, spendibile, pacificata, significa celebrarne il nome cancellandone la sostanza. Senza questa zona “opaca” — senza ambiguità, senza rischio, senza attraversamento — Corrao non sarebbe stato ciò che è stato.

In suo nome è impossibile ed anche insensato cercare una linea da seguire, un canone da rispettare, una formula da replicare. Si trova casomai il gesto originario, irripetibile di chi ha scelto la visionarietà come metodo, accettando anche talvolta il rischio dell’opportunismo come prezzo da pagare per far accadere le cose.

 

Pretendere di poterne ereditare il “messaggio”, di metterlo a sistema o di amministrarlo come un capitale simbolico non è fedeltà, ma neutralizzazione. Perché Ludovico Corrao non è mai stato il custode della propria stessa opera. Le Orestiadi nascono da un atto di fiducia quasi sfrontato: credere che un luogo marginale potesse diventare centro, che l’arte potesse precedere le infrastrutture, che il pensiero potesse arrivare prima delle condizioni favorevoli. Era una scommessa, non certo un modello di sviluppo. E le scommesse non si ereditano: si rifanno, ogni volta, da capo.

 

È a partire da qui che la proclamazione di Gibellina Capitale dell’Arte Contemporanea pone una questione che non è nominale, ma politica.

 

Gibellina non è diventata “capitale” per natura o vocazione.

Lo è stata, semmai, perché animata dalle Orestiadi e dalla Fondazione che ne ha sostenuto l’azzardo da centro propulsivo irregolare, mai pacificato, mai riducibile a funzione di rappresentanza.

Separare oggi la proclamazione dalla genealogia che l’ha resa possibile — o inglobarla dentro una formula istituzionale — è un atto di rimozione, che non solo cancella la forza contraddittoria di quella storia, ma esclude persino il riconoscimento di Calogero Pumilia, che per quasi un decennio ne ha custodito la tensione vitale e reso possibile l’approdo.

E poi questa parola, Capitale: una parola grave, geometrica, istituzionale. Una parola che trasforma una storia di frattura in un dispositivo di consenso, che promette visibilità mentre chiede obbedienza. Che definisce riconoscimento ciò che spesso è addomesticamento.

Gibellina non è mai stata una capitale, non avrebbe potuto. È stata margine, rovina, ferita. È nata dal vuoto del caos — e proprio per questo ha potuto accogliere il fuoco del nuovo. Ha ospitato l’arte in quanto urlo e domanda aperta, sfida e rischio, mai ornamento né vetrina, mai cristallizzazione.

Gibellina è un nervo scoperto, una pietra dolente, una città che non consola. Le Orestiadi, quando nacquero, non pretendevano uno spazio nel calendario culturale,volevano semmai dislocarlo, disturbarlo, scardinarlo. Volevano fare di una periferia un centro, e del centro una domanda aperta.

Per questo Corrao era una figura scomoda e del tutto atipica, il contrario di una figura istituzionale certamente: garantiva discontinuità, metteva in crisi ogni presente,contrastava le linee rette, le appartenenze stabili, le narrazioni pacificate. La sua forza abitava proprio quella zona ambigua in cui visione e opportunismo si toccano senza mai risolversi l’una nell’altro. Il fuoco che brucia nel cuore di Gibellina non è compatibile con i protocolli, con i format, con la governance culturale intesa come “gestione” del rischio.

Ogni volta che lo si chiama a legittimare un assetto, quel fuoco viene soffocato un poco, in nome della sostenibilità, della continuità, della buona amministrazione.

Se Gibellina oggi dev’essere davvero capitale, lo sia allora in nome di se stessa.

Capitale dell’incompiuto, per esempio, del non addomesticato. Del conflitto tra arte e potere, ancora meglio. Della memoria che non può essere pacificata, di una visione che non può essere piegata alla rendicontazione.

O si accetta che questa storia continui a produrre attrito — anche “contro” chi governa, programma, finanzia — oppure si rischia di trasformarla in un monumento amministrabile, uno tra le innumerevoli cristallizzazioni del passato.

Se Ludovico Corrao ha lasciato qualcosa, non è un’eredità da gestire, ma una domanda che disturba, una traccia non codificabile dell’ignoto. E il futuro, se davvero è tale, si rischia.

 

Daniela Thomas

 



Cultura | 2026-01-09 13:38:00
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