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11/01/2026 06:00:00

L'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, 30 anni fa la mafia superò ogni limite

Sono passati trent’anni, ma il nome di Giuseppe Di Matteo continua a bruciare come una ferita aperta. Oggi, 11 gennaio, ricorre l’anniversario dell’omicidio del bambino sequestrato da Cosa nostra a 12 anni, tenuto prigioniero per 779 giorni e poi ucciso: il suo corpo venne sciolto nell’acido. Una storia che ancora scuote, e che nei giorni scorsi è tornata al centro delle commemorazioni tra San Giuseppe Jato e Custonaci, nei luoghi in cui il ragazzino fu rinchiuso.

 

Come, da chi e perché è stato ucciso Giuseppe Di Matteo

Giuseppe Di Matteo fu rapito il 23 novembre 1993, a soli 12 anni, su ordine dei vertici di Cosa nostra corleonese. Il sequestro fu deciso come atto di vendetta e di ricatto nei confronti del padre, Santino Di Matteo, ex mafioso che aveva scelto di collaborare con la giustizia ed era diventato un testimone chiave nelle indagini sulle stragi del 1992, compresa Capaci alla quale prese parte.

Per 779 giorni, Giuseppe venne spostato da un covo all’altro tra il Palermitano e il Trapanese, tenuto incatenato, isolato, manipolato psicologicamente. I mafiosi gli fecero credere che la famiglia lo avesse abbandonato e, poco prima di ucciderlo, lo costrinsero perfino a scrivere una lettera al padre e al nonno.

L’11 gennaio 1996, quando Cosa nostra capì che Santino Di Matteo non avrebbe ritrattato e che lo Stato non si sarebbe piegato al ricatto, arrivò la decisione finale. Giuseppe venne strangolato e il suo corpo sciolto nell’acido per cancellarne ogni traccia. Un’esecuzione ordinata da Giovanni Brusca, lo stesso boss che aveva azionato il telecomando della strage di Capaci, ed eseguita da uomini del suo clan.

Fu un delitto che segnò un punto di non ritorno: per la prima volta la mafia mostrò apertamente di essere disposta a torturare e uccidere un bambino per colpire lo Stato. Proprio da quel momento, come hanno ricordato magistrati e istituzioni, Cosa nostra perse ogni residua maschera “d’onore”, rivelando la sua natura puramente criminale e terroristica.

 

 

Il casolare della prigionia e la memoria che torna ogni anno

A San Giuseppe Jato, nel casolare di contrada Giambascio – oggi Giardino della Memoria – si è tenuta la cerimonia più carica di simboli. È lì che Giuseppe fu tenuto per circa 180 giorni durante il sequestro, è lì che fu ucciso. Presenti istituzioni, forze dell’ordine, studenti, e soprattutto i familiari.

Il fratello Nicola Di Matteo ha riportato il dolore alla sua dimensione più cruda:
«Sono passati trent’anni, ma per noi non sono mai trascorsi, è sempre lo stesso giorno. Per tutta la vita ci porteremo questo dolore. L’ultimo ricordo di mio fratello è stato il giorno prima che venisse rapito, era il mio compleanno e abbiamo festeggiato assieme… Quello che hanno fatto a mio fratello è imperdonabile».

E ancora, senza filtri:
«Era un bambino. È stato trattato come un animale. Ucciso e poi sciolto nell’acido».

L’appello della madre: “I Brusca non devono venire qui”

Alla fine della cerimonia è intervenuta anche Franca Castellese, madre del piccolo Giuseppe, con un appello diretto alle istituzioni locali:
«Io so che i signori Brusca vengono a San Giuseppe Jato. Signor sindaco, si deve impedire a queste persone di venire a San Giuseppe Jato. Qua non devono venire. Non ci devono mettere piede. Mai. Sono stati visti in paese, non deve succedere».

Parole che ricordano come la ferita non sia solo storica, ma anche attualissima, vissuta ancora dentro le comunità.

Colosimo: “Non sono qui per una parata ipocrita”

Durissimo anche l’intervento della presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, che ha scelto un tono di rottura:
«Non sono qui per una parata ipocrita e non dirvi che cosa è avvenuto sotto i vostri occhi e non avete denunciato».

E ancora:
«Partiamo dalla vittoria di Giuseppe Di Matteo perché con quell’uccisione Cosa nostra ha mostrato il suo vero volto e ha perso la faccia».

Poi l’avvertimento:
«Per continuare a far vincere Giuseppe Di Matteo, bisogna smetterla con la complicità. E oggi ripetiamo: non vi abbiamo perdonato per quello che avete fatto».

Colosimo ha insistito anche sul tema dell’omertà e delle zone grigie, parlando di “ipocrisia” e chiedendo una scelta netta:
«Nel luogo dove la mafia si mangia tutto, bisogna ribellarsi».

Custonaci: “Un Angelo al Galoppo” e i luoghi del sequestro nel Trapanese

Le commemorazioni non si sono fermate nel Palermitano. Anche Custonaci ha rinnovato l’impegno con la manifestazione “Un Angelo al Galoppo”, ricordando che Giuseppe fu tenuto prigioniero anche nella frazione di Purgatorio, al confine tra Custonaci e San Vito Lo Capo. Presenti studenti, autorità civili e militari, la prefetta di Trapani Daniela Lupo, e – da Roma – la stessa Colosimo insieme al sottosegretario Andrea Delmastro.

Durante la giornata è stata anche scoperta una targa dedicata a Giuseppe Montalto, agente di Polizia Penitenziaria ucciso nel 1995 dopo avere bloccato uno scambio di pizzini tra boss detenuti.

 

La vicenda del risarcimento: il padre Santino fa causa

In questi stessi giorni è riemersa anche una vicenda che riapre un capitolo delicatissimo: il risarcimento riconosciuto agli eredi del bambino. Il tribunale di Palermo ha stabilito un risarcimento di un milione di euro per i 779 giorni di prigionia culminati nell’omicidio. Ma il padre, Santino Di Matteo, collaboratore di giustizia, sostiene di essere stato tenuto fuori e ha portato la questione davanti al tribunale civile.

«Mia moglie e l’altro figlio mi tengono fuori dal risarcimento… non mi interessano i soldi, ne faccio una questione di principio: io non ho nessuna colpa, ho fatto di tutto per salvare mio figlio», ha dichiarato. La prima udienza si è già tenuta, la prossima è prevista a maggio.

Santino Di Matteo rivendica la scelta di collaborazione con lo Stato anche dopo il rapimento del figlio:
«Io non ho mai smesso di essere suo padre… Cosa avrei dovuto fare dopo il suo rapimento? Tirarmi indietro? Ritrattare le mie rivelazioni sulla strage di Capaci? Io ho sempre tenuto fede al mio patto con lo Stato… nonostante lo Stato mi abbia espulso dal programma di protezione».

E ancora:
«Non mi interessano i soldi… chiedo al tribunale che venga ribadito un principio: ho fatto di tutto perché i miei figli potessero vivere in un futuro senza mafia. E continuo a metterci la faccia contro Cosa nostra».

 

Trent’anni dopo, la ferita non si è chiusa

A trent’anni dall’11 gennaio 1996, Giuseppe Di Matteo resta il punto in cui la mafia ha mostrato il suo volto più disumano. Ma resta anche la storia che continua a tornare, ogni anno, nei luoghi del sequestro: tra casolari confiscati, studenti in silenzio, e una domanda che non smette di pesare sulle comunità.



Antimafia | 2026-01-11 08:03:00
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