500 anni di carcere per l'alleanze delle mafie in Lombardia all'ombra di Messina Denaro
Si è concluso con una pioggia di condanne il rito abbreviato del processo "Hydra", l'inchiesta che ha svelato l'esistenza di una collaborazione d'affari tra Cosa Nostra, Camorra e 'Ndrangheta in Lombardia. Il giudice ha inflitto complessivamente cinque secoli di reclusione a 62 imputati, confermando la tesi di una "mafiosità immanente" nel tessuto economico milanese.
Una struttura mafiosa "unitaria" per gli affari
L'inchiesta non descrive una nuova "super mafia", ma una forma di collaborazione inedita in cui esponenti delle tre storiche organizzazioni criminali hanno deciso di unirsi per gestire il business sul territorio lombardo. Secondo la pm Alessandra Cerreti, le "case madri" avrebbero autorizzato gli affiliati a spendere i rispettivi marchi criminali per un unico obiettivo: il profitto.
La pericolosità di questa alleanza è doppia: alla capacità criminale tradizionale (estorsioni e droga) si affianca una sofisticata competenza finanziaria. L'organizzazione è stata capace di infiltrarsi nel libero mercato attraverso fatture false, rimborsi fiscali indebiti e truffe legate al Superbonus 110%.
Le condanne principali e i nuovi collaboratori
Il dispositivo della sentenza ha stabilito pene severe per i vertici dell'organizzazione, pur essendo generalmente inferiori alle richieste iniziali dell'accusa:
- Massimo Rosi: condannato a 16 anni.
- Filippo Crea e Bernardo Pace: condannati a 14 anni.
- Giuseppe Fidanzati e i figli di Pace: condannati a 12 anni.
- Giovanni Abilone: condannato a 13 anni e quattro mesi.
Un ruolo chiave nel processo è stato giocato da tre imputati che hanno scelto di collaborare con la giustizia durante l'udienza: William Cerbo, Francesco Bellusci e Saverio Pintaudi. Grazie al loro contributo, hanno ottenuto una pena ridotta a 4 anni e mezzo.
Il legame con Matteo Messina Denaro
L'inchiesta ha messo in luce inquietanti contatti con l'allora latitante Matteo Messina Denaro. Sono stati ricostruiti cinque summit in Sicilia, alcuni dei quali avvenuti a Campobello di Mazara, a meno di cento metri da quello che sarebbe stato poi individuato come il covo del boss.
Secondo l'accusa, il latitante era stato informato delle dispute economiche in Lombardia e un suo parente, Paolo Errante Parrino, avrebbe agito come mediatore nelle controversie interne all'associazione mafiosa milanese.
Confische e risarcimenti
Oltre alle pene detentive, il giudice ha ordinato la confisca di beni per un valore teorico di 450 milioni di euro, legati principalmente ai crediti fittizi Iva creati dalle società del gruppo. Altri 10 milioni di euro sono stati confiscati in beni fisici e controvalore.
Gli imputati sono stati inoltre condannati a risarcire i danni di immagine alle parti civili costituite, tra cui la Regione Lombardia, la Città Metropolitana e il Comune di Milano, oltre alle associazioni Libera e Wikimafia.
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