Belice, 58 anni dopo: cronaca di un fallimento annunciato
Anche quest’anno, nella Valle del Belìce, andranno in scena gli ennesimi rituali commemorativi.
Da quasi sessant’anni si ripete lo stesso copione: il canto del dolore, la retorica del ricordo, l’elenco delle promesse mancate.
Una ricostruzione mai completata, raccontata spesso come una sorta di condanna da espiare, inflitta da una divinità impietosa o capricciosa.
Ma le cronache, a ben guardare, raccontano altro: fatta eccezione per l’evento sismico, tutto ciò che è accaduto dopo è stato opera dell’uomo. Delle sue scelte, delle sue decisioni, non sempre corrette, non sempre sagge.
Già nel 1984 le commemorazioni mostravano i primi segni di una frattura profonda.
Se ne organizzarono addirittura due: una a Santa Ninfa, l’altra a Gibellina.
In entrambe, come da protocollo, autorità civili, militari e religiose.
Ma dietro l’apparente unità si consumava la divisione tra i sindaci e una gara silenziosa a chi riusciva a rendere l’evento più spettacolare, più mediatico, più spendibile sul piano dell’immagine.
A Gibellina, per esempio, venne posta la prima pietra del monumento ai caduti, su progetto di Giuseppe Uncini, e contemporaneamente inaugurata una mostra sull’opera di soccorso delle forze armate.
Agli intervenuti furono persino consegnate riproduzioni in bronzo della stella di Gibellina di Pietro Consagra, come in un festival celebrativo.
Una nota di agenzia, nel diffondere la notizia, concludeva con un’ironica e amara postilla: nella Valle del Belìce ci sono ancora ventimila persone alloggiate nelle baracche.
Le famigerate baracche, soprattutto quelle definite “americane”, divennero il simbolo di una precarietà protratta all’infinito.
Insicure, umide d’inverno, veri forni d’estate, antigieniche. Le malattie reumatiche e artritiche, le affezioni bronchiali, le crisi asmatiche trovavano lì il loro habitat ideale, colpendo soprattutto anziani e bambini.
Bastava un vento un po’ più forte perché i tetti si scoperchiassero. Frequenti anche i cortocircuiti elettrici, spesso causa di incendi devastanti.
Come quello scoppiato in piena notte a Salemi, che distrusse l’accampamento di centocinquanta persone.
Una donna di novantadue anni, Maria Amico, sola, malata e semiparalizzata, fu divorata dalle fiamme. Non ebbe la forza di fuggire.
Non fu una fatalità, né un destino crudele, come scrisse un cronista distratto: fu l’esito di un sistema che aveva fallito.
Durante le operazioni di spegnimento, scene di panico. Le baracche minacciate furono sgomberate in fretta e furia, mentre i vigili del fuoco lottavano contro le fiamme senza acqua: da giorni l’erogazione era sospesa per un guasto alla rete idrica.
Altri incendi scoppiarono a Menfi e Partanna. Le baracche, costruite con materiali altamente infiammabili, erano disposte come in un lager: file ravvicinate, senza impianti antincendio. Dovevano servire per pochissimi anni. Le ultime furono smantellate dopo trent’anni.
Nel frattempo, a sette anni dal terremoto, le case costruite in tutta la Valle erano appena duecentocinquanta. Una cifra irrisoria. Le autorità proclamarono una giornata di lutto cittadino. Lavarsi la coscienza, del resto, è sempre stato più semplice che ricostruire.
Per chi visse il terremoto del 15 gennaio, il Belìce resta sinonimo di lutti, devastazioni e promesse non mantenute.
Per chi è venuto dopo, fuori dalla politica politicante, è diventato una vicenda amara raccontata da migliaia di articoli e segnata da inchieste senza fine.
Fiumi di inchiostro, spesso uguali a se stessi, prosciugati dal vento del conformismo.
Con il tempo, il nome “Belìce” è stato associato a una parola sola: fallimento.
Il primo fallimento si manifestò subito, con i soccorsi arrivati in ritardo.
Le strade dissestate, la neve caduta nella notte, l’assenza di autostrade e di una protezione civile strutturata peggiorarono una situazione gia’ precaria .
I camion militari si perdevano su vie rimaste come ai tempi di Garibaldi, la ferrovia Palermo-Castelvetrano era quella del 1881.
Le notizie diffuse erano incerte, i numeri delle vittime oscillavano, come se il disastro fosse avvenuto ai confini del mondo. I morti restarono sotto le macerie per giorni e quando veniva estratto un sopravvissuto, come la piccola Cuccuredda, si parlava di miracolo.
Quando arrivarono i primi camion con il pane, dopo tre giorni, venivano presi d’assalto. Le braccia imploranti verso il cielo ricordano immagini che oggi vediamo altrove, a Gaza.
Gli aiuti materiali, inviati dalle grandi aziende del Nord, spesso non seguivano i canali istituzionali: finivano in casolari di campagna di privati cittadini. Si sussurravano persino i nomi, ma tutto procedette indisturbato.
Mancavano i controllori dei controllori. In compenso, i cavalierati al merito non mancarono: todos Caballeros!
Il secondo fallimento fu l’esodo incentivato dallo Stato.
Biglietti gratuiti per ogni destinazione, anche per l’Australia, e una manciata di lire inflazionate.
A Salemi, sotto una tenda militare, un impiegato comunale distribuiva denaro e biglietti con fare paternalistico, come fossero suoi.
Lunghe file di giovani e meno giovani in attesa di pronunciare il nome magico di una destinazione.
Il risultato fu l’emigrazione di almeno quarantamila siciliani: un’altra occasione di sviluppo perduta.
Infine, il fallimento più grande: la ricostruzione mai completata. I primi 170 miliardi stanziati dal Parlamento si rivelarono subito insufficienti. L’area degli interventi venne allargata ben oltre i comuni colpiti, alimentando clientelismo e sprechi. I fondi raddoppiarono, lo scandalo prese forma. Mancò un’autorità unica con poteri reali, le comunità locali furono escluse. Andreotti parlò di assenza di precedenti. Aldo Moro, in una visita lampo, fu profetico: “La Valle del Belìce sarà una lunga cancrena per l’Italia”.
Emblematico il caso della collina artificiale di Salemi, costruita spianando una collina naturale. Perizie di variante su perizie di variante, costi quadruplicati, inchieste giudiziarie, arresti. Le case, costate quanto chalet alpini, furono assegnate solo dopo occupazioni notturne dei cittadini. A sanare l’abuso, una commissione consiliare.
Anni fa, qualcuno disse che l’unico vero cambiamento portato dal terremoto era stato lo spostamento dell’accento: Belìce e non Bèlice.
Mentre scriviamo, un sindaco del Belìce attende ancora fondi per le fognature. Non è solo Salemi. Coraggio.
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