Oggi, 25 gennaio 2026, ricorre il decimo anniversario della scomparsa di Giulio Regeni. Il giovane ricercatore italiano sparì al Cairo mentre studiava i sindacati indipendenti per la sua tesi a Cambridge. Il suo corpo, martoriato da torture, fu ritrovato il 3 febbraio 2016, nove giorni dopo. Da allora, nessuna verità giudiziaria. Solo depistaggi, silenzi e una ferita ancora aperta nei rapporti tra Italia ed Egitto.
Chi era Giulio Regeni
Giulio Regeni era nato a Trieste nel 1988 ed era cresciuto a Fiumicello (Udine). Ricercatore brillante, collaborava con Oxford Analytica e aveva svolto studi per l’UNIDO.
Era un giovane intellettuale impegnato. Scriveva articoli sull’Egitto post-rivoluzione e conduceva ricerche sul mondo del lavoro e sui sindacati indipendenti.
La scomparsa al Cairo
Giulio sparì il 25 gennaio 2016, anniversario delle proteste di piazza Tahrir. L’ultimo messaggio alla fidanzata annunciava un’uscita per un incontro. Da quel momento, il silenzio.
Il suo corpo venne ritrovato in un fosso, vicino a una prigione dei servizi segreti egiziani.
Le torture e l’autopsia
L’autopsia italiana parlò chiaro. Giulio era stato sottoposto a torture prolungate: fratture multiple, costole e vertebre cervicali rotte, ustioni da sigaretta, incisioni sulla pelle.
La morte fu causata da asfissia traumatica. Un omicidio brutale, incompatibile con qualsiasi versione accidentale.
I depistaggi delle autorità egiziane
Le autorità del Cairo fornirono spiegazioni via via smentite: incidente stradale, omicidio passionale, traffico di droga. Tutte versioni crollate davanti alle prove medico-legali.
Cinque presunti rapitori furono uccisi in un’operazione di polizia giudicata sospetta. Sulla scena venne “ritrovato” il passaporto di Giulio, in quello che apparve come un evidente depistaggio.
La sorveglianza dei servizi segreti
Le indagini italiane ricostruirono la sorveglianza su Regeni da parte degli apparati egiziani. Mohamed Abdallah, capo del sindacato ambulanti contattato da Giulio, lo segnalò ai servizi il 6 gennaio.
Tabulati e video confermarono il controllo fino al 22 gennaio. Il sospetto di spionaggio si rivelò infondato.
Il processo italiano
La Procura di Roma ha indagato quattro ufficiali della National Security egiziana: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Athar Kamel e Usham Helmi, il maggiore Magdi Sharif.
Le accuse sono di sequestro pluriaggravato, lesioni gravissime e omicidio. Rinviati a giudizio nel 2021, il processo è stato sospeso per la mancata notifica agli imputati, mai collaborata dall’Egitto.
Gli ultimi sviluppi giudiziari
Nel 2023 la Consulta ha aperto alla possibilità del processo in contumacia per il reato di tortura. Nell’ottobre 2025, però, il procedimento si è fermato per questioni legate al gratuito patrocinio dei difensori.
Una nuova udienza davanti alla Corte Costituzionale si è tenuta il 13 gennaio 2026. Il procedimento resta sospeso, ma non archiviato.
Nessun ruolo dell’intelligence italiana
È stato escluso ogni coinvolgimento dei servizi segreti italiani. La conferma è arrivata anche dall’ex direttore dell’AISE, Alberto Manenti.
La voce dei genitori
I genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, non hanno mai smesso di chiedere giustizia.
«Non molliamo. Pretendiamo verità e giustizia, basta promesse vuote», ribadiscono nel decennale. Criticano la diplomazia italiana e i rapporti con il presidente egiziano al-Sisi, nonostante i depistaggi.
«Su quel viso ho visto tutto il male del mondo», raccontò Paola Deffendi dopo l’autopsia. Chiedono una “scorta mediatica” per evitare che il caso venga dimenticato.
Le commemorazioni di oggi
Oggi si tengono fiaccolate a Fiumicello, presidi a Varese e Vaiano, flash mob in diverse città. È stato proiettato anche il docufilm “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, con la partecipazione dei genitori.
Amnesty International rilancia la campagna “Verità per Giulio”. Anche il Parlamento europeo ha più volte denunciato le torture sistematiche in Egitto.
Cosa resta, dieci anni dopo
Dieci anni dopo, il caso Regeni è il simbolo dei diritti umani calpestati e dell’impunità. La verità giudiziaria non è ancora arrivata.
Per l’Italia, la questione resta aperta: scegliere se continuare a considerare il caso Regeni una ferita diplomatica o una battaglia di civiltà da portare fino in fondo.
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