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02/02/2026 06:00:00

Nuovo anno giudiziario, l’allarme dei magistrati: "Cosa nostra c’è e molti la cercano" 

La mafia non è un relitto del passato, non è un fenomeno residuale, non è una storia archiviata nei manuali. È viva, guarda al futuro e trova ancora interlocutori nella società. È questo il messaggio più netto e inquietante che arriva dall’inaugurazione dell’anno giudiziario in Sicilia, una giornata segnata da allarmi, denunce e prese di posizione durissime, soprattutto sul fronte della criminalità organizzata e del referendum sulla giustizia.

 

A scandire le parole più forti è il procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, che smonta senza mezzi termini la narrazione di una mafia ormai sconfitta:
«C’è chi ha la tentazione e la voglia di dire che Cosa nostra è un problema superato, ridotto a una delinquenza di straccioni che vive di estorsioni e piccolo traffico di droga. Ma non è così».

I numeri, ricorda De Lucia, raccontano altro. Solo nel 2025, tra Palermo e provincia, sono state eseguite 409 misure cautelari per reati di mafia. «Centinaia di persone – sottolinea – che fanno parte di una popolazione criminale che guarda al futuro con grande attenzione». Una mafia che cerca rapporti, relazioni, sponde: «Esiste una parte di società che non ha deciso di chiudere il rapporto con la mafia e anzi attende di poterlo sviluppare. È la stessa che per prima lancia lo slogan della mafia che non c’è più. Dobbiamo dirlo con forza: Cosa nostra è dietro l’angolo».

 

Il referendum sulla giustizia e il “pericolo delegittimazione”

L’altro grande tema che attraversa tutte le inaugurazioni siciliane è il referendum sulla riforma della giustizia, in particolare sulla separazione delle carriere e sul doppio Csm. Un tema che, secondo i magistrati, rischia di trasformarsi in una resa dei conti politica con effetti pesanti sull’equilibrio istituzionale.

Mentre nell’aula magna del tribunale di Palermo si svolge la cerimonia, all’esterno si tiene un sit-in del comitato “Società civile per il no”. Il presidente del comitato, Claudio Riolo, parla apertamente di una campagna ideologica:
«La separazione delle carriere è un falso problema. Questa riforma serve a punire la magistratura».

Dentro il palazzo, il presidente della Corte d’appello di Palermo Matteo Frasca denuncia la strumentalizzazione della memoria di Giovanni Falcone:
«Gli viene attribuito con disinvoltura di essere stato un sostenitore della separazione delle carriere. Non è vero. Falcone aveva posto il tema come oggetto di confronto, non come una verità assoluta».

 

E aggiunge un passaggio destinato a far discutere: «Paolo Borsellino, eretto a nume tutelare dall’attuale maggioranza di governo, aveva espresso in modo chiaro e netto la propria contrarietà alla separazione delle carriere, definendola una mortificazione dei magistrati del pubblico ministero».

Frasca parla apertamente di una campagna di disinformazione e di un clima avvelenato:
«La critica è legittima, ma diventa inaccettabile quando si traduce nel dileggio della funzione giudiziaria, soprattutto se proviene da chi ha responsabilità istituzionali».

Sulla stessa linea il presidente del tribunale di Palermo Piergiorgio Morosini, che mette in guardia dal rischio di erosione della fiducia dei cittadini nello Stato:
«Qualunque sia l’esito del referendum, ci sarà molto da lavorare per ricostruire rapporti davvero costruttivi. Oggi assistiamo a una delegittimazione che mina la coesione sociale». Per De Lucia, infine, il referendum non risponde ai veri problemi della giustizia: «I cittadini vogliono una giustizia che funzioni, con tempi accettabili e decisioni giuste. Il referendum, su questo, ha valore zero. Nessuna di queste domande troverà risposta dopo il voto».

 

 

Lo scontro sul referendum tra Governo e magistratura arriva nell'Aula Magna della Cassazione, un botta e risposta tra i vertici delle toghe e il ministro della Giustizia Carlo Nordio che si consuma davanti al Presidente della Repubblica Mattarella.

 

 

 

Minori armati, droghe e nuove mafie

Drammatico anche l’allarme lanciato dalla procuratrice dei minori di Palermo, Claudia Caramanna: «Minori di dieci, undici anni hanno disponibilità di armi vere, pistole, che usano con una disinvoltura che genera terrore. Vanno a scuola armati di coltelli, vengono sfruttati dalla criminalità organizzata per lo spaccio».

Una situazione che, avverte, è destinata a peggiorare senza interventi strutturali: «È indispensabile investire nelle realtà sociali degradate, in modo organico e sistematico. Non bastano risposte emotive a eventi eclatanti». A Messina, il presidente della Corte d’appello Luigi Lombardo parla di diffusione “allarmante” di droghe sintetiche come crack e spice, soprattutto tra i giovani, e di nuovi equilibri mafiosi legati alle scarcerazioni di esponenti di rilievo. Lombardo esprime anche forti perplessità sulle riforme della giustizia: «L’abrogazione dell’abuso d’ufficio e la riforma della Corte dei Conti rischiano di abbassare la soglia di legalità».

 

Caltanissetta: “La mafia è ancora vitale”

Dal distretto di Caltanissetta, la presidente della Corte d’appello Domenica Motta parla senza ambiguità di una mafia “attuale e vitale”. Nel 2025 le iscrizioni per associazione mafiosa sono state 116, in netto aumento rispetto all’anno precedente. «Un dato – spiega – che dimostra la capacità di rigenerazione delle organizzazioni criminali».

Motta richiama anche l’impatto mediatico e organizzativo dei grandi processi, da Montante ai procedimenti sui depistaggi delle stragi del ’92-’93, che gravano su uffici con risorse limitate. E si commuove ricordando la frana di Niscemi, definita “priorità d’Italia”:
«Hanno perso le case, ma con la casa si perdono le abitudini, la vita quotidiana».

 

Una giustizia sotto pressione

Carenze di organico, cellulari in carcere che permettono ai boss di comunicare, aumento dei tentati femminicidi, devianza giovanile: da Palermo a Catania, da Messina a Caltanissetta, l’anno giudiziario in Sicilia si apre sotto il segno di una giustizia sotto pressione, chiamata a difendersi su più fronti. E mentre la mafia cambia pelle e guarda avanti, i magistrati lanciano un messaggio chiaro: abbassare la guardia, oggi, sarebbe l’errore più grave.