La rete che ha protetto il boss non era fatta solo di silenzi.
Era fatta di legami familiari, relazioni intime, complicità quotidiane.
E oggi uno di quei tasselli torna davanti ai giudici.
La Procura generale ha chiesto la conferma della condanna a 4 anni e 8 mesi di reclusione, oltre a un anno di libertà vigilata, inflitta in primo grado a Martina Gentile, figlia dell’insegnante Laura Bonafede, storica compagna di Matteo Messina Denaro.
La richiesta della Procura
Secondo l’accusa, Martina Gentile sarebbe stata una pedina fondamentale della rete di assistenza al latitante.
In primo grado era stata condannata per favoreggiamento e procurata inosservanza della pena.
Adesso, nel giudizio d’appello, la Procura generale chiede che quella sentenza venga confermata integralmente.
Una richiesta che riporta sotto i riflettori uno dei capitoli più delicati dell’inchiesta sulla lunga latitanza del capomafia, arrestato nel gennaio 2023 dopo trent’anni di fuga.
Il ruolo nella rete di protezione
Per gli inquirenti, la giovane avrebbe avuto un ruolo attivo nella gestione dei contatti e nella protezione del boss, contribuendo a mantenere quel sistema di coperture che ha consentito a Messina Denaro di vivere per anni tra Campobello di Mazara e altri centri del Trapanese.
Al centro del processo c’è il rapporto familiare e il contesto in cui si muoveva la donna: figlia di Laura Bonafede, insegnante e compagna del boss, e cresciuta in un ambiente segnato da legami mafiosi.
Le dichiarazioni spontanee
In primo grado, davanti al gup, Martina Gentile rese dichiarazioni spontanee.
Disse di avere ignorato la relazione tra il capomafia e sua madre, sposata con un altro mafioso condannato all’ergastolo per omicidio.
“Ad oggi, per quello che ho saputo leggendo anche la lettera diario di mia madre – spiegò – capisco che quell’uomo non meritava il mio affetto. Mia madre ha sbagliato tantissimo, per questo sono arrabbiata con lei, però purtroppo è andata così e io ho voluto bene ad una persona a cui non dovevo”.
Parole che raccontano un intreccio tra affetti e responsabilità penali.
Ora la decisione spetta alla Corte d’Appello. E con essa un altro tassello della lunga e complessa storia giudiziaria che ruota attorno alla protezione dell’ultimo grande latitante di Cosa nostra.