Sarebbe inutile ripercorrere, ancora una volta, la cronistoria di una disputa che da due anni occupa ogni angolo della città. La frattura tra Istituzioni e proprietà sportive è ormai giunta al suo punto di massima tensione. E ciò che all’inizio appariva come un progetto ambizioso, capace di trascinare entusiasmo e consenso, oggi mostra le crepe profonde di un deterioramento che sembra irreversibile.
Le ultime dichiarazioni del patron romano, che annuncia battaglie legali dopo le sonore sconfitte davanti ai tribunali federali di FIP e LBA e dopo la conferma delle sanzioni da parte del TAR, segnano un ulteriore passaggio di questa lunga stagione conflittuale. Da quando Valerio Antonini ha assunto il controllo delle principali realtà sportive cittadine, la sua gestione ha diviso e polarizzato, catalizzando consensi e avversioni in un processo che ha investito sport, politica e società.
I primi successi avevano generato un entusiasmo quasi ipnotico. Vittorie che sembravano inattaccabili, capaci di modificare abitudini e atteggiamenti, di orientare opinioni e di trasformare dichiarazioni mediatiche in verità indiscutibili. Come accade quando una luce intensa si riflette su una superficie piana, l’abbagliamento ha finito per confondere la percezione collettiva. L’effetto è stato potente: menti accecate, cuori accesi, senso critico sospeso.
Eppure i segnali d’allarme non sono mancati. La penalizzazione della Trapani Shark e l’inibizione del presidente avrebbero potuto rappresentare uno spartiacque, un momento di mobilitazione civile. Nulla di tutto ciò. Ha prevalso l’illusione di poter continuare nonostante tutto, di navigare in acque agitate con il comandante saldo al timone mentre la tempesta si addensava all’orizzonte.
L’epilogo sportivo è stato, invece, impietoso. Le immagini di giovani mandati in campo in condizioni imbarazzanti, sotto i riflettori nazionali ed europei, hanno segnato uno dei punti più bassi di questa vicenda. L’esclusione della Trapani Shark dal massimo campionato ha dissolto definitivamente la narrazione trionfale. La promessa della Cittadella
dello Sport, simbolo di un futuro radioso, oggi appare come un progetto sospeso tra suggestione e irrealizzabilità.
Nel frattempo, sulla città è calato un silenzio pesante. Dopo la rabbia iniziale, si respira un’aria di rassegnazione. E in questo clima di inerzia Antonini continua a muoversi con disinvoltura. L’annuncio dei 500 mila euro promessi a Mister Aronica in caso di promozione, dopo la pesante sconfitta interna contro il Benevento, è stato letto da molti come una provocazione, uno schiaffo simbolico a una tifoseria ferita.
Qualcosa, tuttavia, si è mosso. La determinazione dirigenziale del 9 febbraio 2026 che ha dichiarato la decadenza e la revoca della concessione del Pala Daidone rappresenta un primo atto concreto dopo mesi di esitazioni. Ma resta aperta una questione ben più delicata: quella della cittadinanza onoraria concessa con sorprendente rapidità e con un consenso bipartisan che oggi appare quanto meno superficiale.
Quali meriti straordinari giustificavano un riconoscimento tanto solenne? Al di là dei risultati sportivi iniziali, il profilo dell’imprenditore resta legato a un’attività commerciale internazionale – nel settore delle granaglie – sviluppata in mercati complessi e controversi come Venezuela, Cuba e Iran. Un background che, insieme agli esiti sportivi recenti, ha finito per esporre Trapani a una ribalta mediatica non sempre edificante.
La richiesta di revoca della cittadinanza, sostenuta da migliaia di firme, non può restare sospesa. Non è solo una questione simbolica. È il segno di un rapporto tra istituzione pubblica e potere privato che va chiarito e ricomposto. Temporeggiare su questo punto significa lasciare aperta una ferita che chiede di essere suturata.
La parabola che si è consumata sotto gli occhi di tutti racconta qualcosa che va oltre lo sport. Parla del rapporto tra consenso e potere, tra entusiasmo e senso critico, tra promesse e responsabilità. Se l’illusione si è dissolta, ora resta una domanda più impegnativa: quale futuro vuole costruire Trapani per sé stessa, lontano dagli abbagliamenti e dalle chimere?
La risposta non potrà venire da un illusionista. Ma solo da una comunità che ritrovi lucidità e misura.
Sorcio verde