Ars, riforma enti locali a metà: passa parità di genere e tagliando antifrode
Una riforma attesa da oltre tre anni. Un’aula che vota a scrutinio segreto e smonta quasi tutto. Una maggioranza che si scopre fragile.
Il ddl sugli enti locali approvato ieri all’Ars è una legge dimezzata. Restano in piedi alcune norme simboliche e tecniche – dalla rappresentanza di genere al tagliando antifrode – ma cadono pezzi centrali come il terzo mandato e il consigliere supplente. E il centrodestra esce politicamente ammaccato.
Cosa resta della riforma
La norma più rilevante è quella che introduce l’obbligo per i Comuni sopra i 3 mila abitanti di garantire almeno il 40% per ciascun genere nella composizione delle giunte.
L’obbligo scatterà dal primo rinnovo dei consigli comunali: già dalle prossime Amministrative di maggio nei 65 Comuni chiamati al voto. Palermo dovrà attendere il 2027.
Passa anche il cosiddetto tagliando antifrode sulle schede elettorali, un sistema già utilizzato alle Politiche del 2018 per evitare contraffazioni e fenomeni come la “scheda ballerina”.
Via libera inoltre alla norma sui permessi per gli assessori, che riconosce formalmente il valore dell’impegno amministrativo.
Parità di genere: rivendicazioni trasversali
Sulla quota del 40% si registrano rivendicazioni trasversali.
Per Cristina Ciminnisi (M5S) «abbiamo aperto una porta nella storia della Sicilia. E questa porta non si richiude». Una battaglia, racconta, portata avanti tra resistenze e tentativi di rallentamento. «La parità non è negoziabile».
Dello stesso avviso Marianna Caronia (Noi Moderati), che parla di «giorno storico» e di «salto di qualità nella costruzione di istituzioni più moderne e rappresentative».
Dal Pd, Valentina Chinnici sottolinea la «vittoria del partito delle donne» ottenuta con un metodo trasversale, mentre Cleo Li Calzi precisa: «Non è un privilegio, ma un diritto che riallinea la Sicilia al resto d’Italia».
Su questo punto l’Aula ha trovato una convergenza che ha superato gli schieramenti. È l’unico vero punto fermo della riforma.
Terzo mandato e consigliere supplente: tutto bocciato
A colpi di voto segreto, però, sono caduti gli altri pilastri del ddl.
Bocciata con 32 voti contro 22 la norma che avrebbe introdotto il consigliere comunale supplente, consentendo al primo dei non eletti di subentrare al consigliere nominato assessore.
Ancora più netta la bocciatura del terzo mandato per i sindaci dei Comuni sotto i 15 mila abitanti: 34 contrari contro 24 favorevoli.
Per Margherita La Rocca Ruvolo (Forza Italia) si tratta di una scelta che «non allinea la Sicilia al resto d’Italia, dove la norma è in vigore da dodici anni». Il giudizio è netto: «Occasione in parte mancata».
Le cifre raccontano di almeno una decina di franchi tiratori nella maggioranza. Un segnale politico che pesa.
Maggioranza sotto accusa
Il presidente della Regione Renato Schifani non era in aula durante le votazioni, ufficialmente impegnato sull’emergenza maltempo. Ma l’assenza ha alimentato le polemiche.
Il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno, ignorando di avere il microfono aperto, ha commentato con una parola diventata simbolo della giornata: «Macerie».
Fratelli d’Italia ha parlato di «norme utili bocciate in modo indecente». La Lega ha definito il voto una «Waterloo per la maggioranza».
Dall’opposizione arrivano attacchi frontali: il Pd parla di centrodestra diviso, il M5S di maggioranza «andata a gambe all’aria».
L’affondo dell’ANCI: “Autonomia senza vantaggi”
A rendere il quadro ancora più complesso è intervenuta anche ANCI Sicilia.
Il presidente Paolo Amenta e il segretario generale Mario Emanuele Alvano parlano di un sistema che produce «incertezza normativa e instabilità istituzionale» e invitano a riflettere su un possibile pieno adeguamento al Testo unico nazionale degli enti locali.
Un passaggio politico pesante: se l’autonomia speciale non garantisce stabilità e pari condizioni rispetto al resto del Paese, sostengono, occorre interrogarsi senza pregiudizi.
Una riforma simbolica, ma non organica
Il risultato finale è una legge che segna un passo avanti sul piano della parità di genere e della trasparenza elettorale, ma che non interviene in modo strutturale sui nodi finanziari e organizzativi dei Comuni.
La riforma doveva essere organica. È diventata selettiva.
E soprattutto, ha messo in luce un dato politico: la maggioranza che governa la Sicilia ha numeri ampi, ma non sempre coesi.
La partita sugli enti locali non è chiusa. Ma il voto di ieri lascia un segno. E non solo nei testi di legge.
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