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24/02/2026 06:00:00

Storia di un cuore bruciato due volte

di Katia Regina

 

Ci sono storie di cronaca che non si limitano a informarci, ma ci lacerano, lasciandoci addosso un senso di impotenza e una rabbia che fatica a trovare una direzione. È la storia del piccolo Domenico, due anni appena, e di un miracolo che si è trasformato in un incubo per colpa di un dettaglio banale, assurdo, intriso di una sciatteria che toglie il fiato.

 

Domenico aveva bisogno di un cuore nuovo. Quel cuore era arrivato, un dono prezioso da un altro bambino che non ce l'aveva fatta. Ma quel muscolo destinato a ridare la vita è stato ucciso una seconda volta durante il viaggio.

E l’aspetto che grida vendetta, quello che rende tutto inaccettabile, è che la tecnologia per evitare il disastro c’era ed era a portata di mano. L'ospedale era dotato di contenitori di ultima generazione, vere e proprie culle tecnologiche capaci di stabilizzare la temperatura elettronicamente, senza bisogno di ghiaccio, monitorando ogni battito sospeso con precisione millimetrica.

 

Ma quei contenitori sono rimasti fermi, ignorati. Forse per mancanza di formazione, forse per una fretta assassina, si è deciso di ripiegare su una vecchia borsa termica, un ritorno al passato gestito con un’approssimazione criminale. Qualcuno ha sostituito il ghiaccio umido con il ghiaccio secco. Ma il ghiaccio secco non conserva: a -78,5°C, il ghiaccio secco brucia. Quel piccolo cuore è stato letteralmente congelato nel silenzio di una borsa che non poteva dare l'allarme, le sue fibre distrutte, i tessuti resi inerti prima ancora di arrivare a destinazione.

 

 

C’è un dettaglio tecnico che rende tutto ancora più atroce. Nel protocollo dei trapianti, per ridurre al minimo i tempi di ischemia, l’equipe medica spesso inizia l'espianto del cuore malato mentre quello nuovo è ancora in viaggio. È una corsa sincronizzata contro il tempo. Quando il cuore bruciato è arrivato in sala operatoria, il petto di Domenico era già aperto, il suo vecchio cuore forse già rimosso o pronto per esserlo. I medici si sono trovati davanti all'impossibile: fermarsi e dichiarare la morte immediata, o tentare l’impianto di un organo che sapevano essere irrimediabilmente compromesso, sperando in un miracolo che la fisica e la biologia avevano già negato. Hanno scelto la speranza, ma dopo giorni di agonia, Domenico si è arreso.

 

In tutto questo rumore, vorrei fermarmi su chi non viene citato. Penso a quell’altro bambino, il donatore. Quante volte è morto? È morto nel momento dell'accertamento cerebrale, ed è morto ancora quando il suo dono è stato reso vano dalla negligenza. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo per capire l'entità del danno: quel bambino è stato consegnato ai chirurghi quando il suo corpo era ancora caldo, quando il suo cuore batteva ancora, sostenuto dalle macchine, in attesa di diventare vita per qualcun altro. I suoi genitori hanno dovuto dire addio a un figlio che appariva come se stesse dormendo, con il petto che si alzava e il calore della pelle ancora vivo sotto le dita. Hanno pronunciato quel in quel momento preciso, trasformando il loro strazio nel più grande gesto di fratellanza umana. Vedere quel sacrificio, quel cuore prelevato ancora pulsante e poi bruciato dal gelo di una borsa termica, è un dolore che offende il concetto stesso di umanità, un sacrificio che confina con il sacro.

 

L'Italia è un Paese generoso. I dati ci dicono che siamo ai vertici europei, con oltre 19 milioni di cittadini che hanno detto sì alla donazione e migliaia di vite salvate ogni anno. Ma oggi, di fronte a tanta sciatteria, lo scetticismo rischia di farsi strada. Vi prego: non permettiamolo. Non lasciamo che l’errore di qualcuno distrugga un sistema di solidarietà che tiene in vita migliaia di persone. La donazione resta l'atto più alto di umanità proprio perché è gratuito, cieco e universale.

 

Infine, il mio pensiero va alla mamma di Domenico. Non esiste consolazione, non esistono parole. Abbiamo visto i video di Domenico: non era un bambino attaccato a delle macchine, era un bambino che mangiava, giocava, abbracciava e baciava la sua mamma. Una quotidianità apparentemente normale che lei ha accettato di interrompere, consegnando con fiducia il figlio ai medici che lo seguivano dalla nascita.

Immaginate il coraggio di quella donna: preparare la borsa per l'ospedale, vestire il proprio bambino, lasciarlo nelle mani dei chirurghi con la speranza nel cuore, per poi scoprire dai giornali che quel cuore era stato bruciato. Bruciato dal ghiaccio, bruciando per sempre anche una parte dell'anima di lei.

 

Oggi piangiamo Domenico, piangiamo il piccolo donatore, ma dobbiamo proteggere quel alla donazione. Perché nonostante tutto, nonostante il ghiaccio secco e la negligenza umana, l'amore di chi dona è l'unica luce che può davvero sconfiggere il buio di queste storie.

 



Libri e fuffa | 2026-02-24 06:00:00
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Storia di un cuore bruciato due volte

di Katia Regina Ci sono storie di cronaca che non si limitano a informarci, ma ci lacerano, lasciandoci addosso un senso di impotenza e una rabbia che fatica a trovare una direzione. È la storia del piccolo Domenico, due anni appena, e...