Riforma elettorale, ci risiamo. Dopo il “Mattarellum”, il “Porcellum” – definito “una porcata” dal suo ideatore, il leghista Roberto Calderoli – l’Italicum e il Rosatellum, è ora sul binario del Parlamento lo “Stabilicum”, con la consueta desinenza latina secondo la tradizione delle ultime leggi elettorali, anche se in latino non significa nulla.
È una peculiarità del Belpaese rinnovare le regole del voto: infatti, negli ultimi quarant’anni siamo stati la nazione occidentale che si è cimentata più frequentemente in questa pratica. È quasi la stella polare di tutti gli esecutivi modificare le regole elettorali a ridosso delle elezioni, con il chiaro intento di favorire i propri partiti e, al contempo, danneggiare le opposizioni. Porcellum docet.
La modifica è nell’agenda politica perché, se la Presidente del Consiglio (Pdc) dovesse soccombere al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati – referendum che senza dubbio si è molto politicizzato – la campagna elettorale per le prossime elezioni politiche ne risentirebbe parecchio.
Se al referendum vincerà il Sì e la riforma passerà, è evidente che i partiti di governo si presenteranno più forti e con più argomenti a sostegno; al contrario, se vincerà il No, non avranno questo vantaggio, che invece andrebbe ai partiti di opposizione e, per trascinamento, anche ai dissenzienti di Italia Viva.
Il ddl è orfano di due storiche battaglie della Meloni. Una riguarda la possibilità per gli elettori di esprimere le preferenze sulla scheda elettorale, cioè di indicare il nome di candidati specifici accanto al simbolo del partito votato, in modo da attribuire direttamente a loro il voto, senza affidarsi ai listini bloccati con i quali le segreterie decidono le posizioni, determinando di fatto gli eletti.
L’altra consiste nell’indicare sulla scheda elettorale il nome del candidato alla Presidenza del Consiglio, richiamando il tanto agognato premierato, che a oggi resta un obiettivo non realizzato.
Nel 2022 la coalizione di destra composta da Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati ottenne una solida maggioranza soprattutto perché il centrosinistra si era presentato diviso, offrendo un enorme vantaggio alla controparte.
Entrando nel merito, la norma è di tipo proporzionale: i partiti ottengono seggi in proporzione ai voti ricevuti. È prevista una correzione maggioritaria, cioè un premio cosiddetto “di maggioranza” o “di governabilità”: la coalizione che vince, ottenendo almeno il 40% dei voti, riceve 70 deputati extra alla Camera e 35 al Senato, senza poter superare i 230 deputati e i 114 senatori.
È inoltre contemplato un turno di ballottaggio, subordinato alla condizione che le prime due liste o coalizioni, pur non avendo raggiunto il 40% dei voti validi, abbiano conseguito almeno il 35%. Se nessuna delle due raggiunge questa soglia, il ballottaggio non si tiene e i seggi del premio di maggioranza vengono ripartiti in modo proporzionale tra tutte le liste.
Infine, la soglia di sbarramento è fissata al 3%, uguale a quella attuale. È prevista comunque un’eccezione: nelle coalizioni che ottengono almeno il 10% dei voti, ottiene seggi anche la prima lista che non abbia raggiunto il 3%.
Nota non marginale, che chiarisce la fretta della maggioranza: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto intendere ai partiti di governo che non apprezzerebbe l’approvazione di una nuova legge elettorale troppo a ridosso delle elezioni.
Vittorio Alfieri