Da qualche tempo, nel dibattito pubblico trapanese, si va consolidando una prassi che merita attenzione critica.
Durante le sedute del consiglio comunale di Trapani, nelle fasi dedicate alle comunicazioni o alle interrogazioni, alcuni consiglieri utilizzano l’aula come luogo di confronto diretto — e spesso polemico — con la stampa locale. Non si tratta di sporadici richiami a notizie di interesse pubblico, ma di interventi strutturati, talvolta accompagnati da lamentele sui contenuti degli articoli, puntualizzazioni difensive e persino indicazioni su quali temi i giornalisti dovrebbero trattare e in quale modo.
Quasi tutti i regolamenti consiliari prevedono che gli interventi siano attinenti all’argomento in discussione e vietano l’uso dell’aula per fini estranei alla funzione istituzionale. Il consigliere gode di un’ampia libertà di espressione nell’esercizio del mandato, ma tale libertà non è illimitata e deve restare entro il perimetro delle funzioni consiliari. Non può trasformarsi in uno spazio per smentire articoli che lo riguardano personalmente o per contestare ricostruzioni giornalistiche in assenza di un nesso diretto con l’ordine del giorno.
Il problema, in realtà, non risiede tanto nell’atto in sé quanto nel contesto e nella modalità. Il consiglio comunale non è una redazione parallela né un’arena deputata a regolare conti con l’informazione. È l’organo rappresentativo della comunità, il luogo della deliberazione e del controllo politico-amministrativo.
La questione si fa più delicata quando gli interventi si rivolgono a persone specifiche — giornalisti nominativamente indicati, come accaduto nella seduta di lunedì 2 marzo con il collega Rino Giacalone — con toni che talvolta eccedono la misura del confronto istituzionale e rischiano di generare travisamenti in chi segue i lavori da casa.
In aula, per regolamento, nessuno al di fuori dei consiglieri può replicare o smentire. Si crea così un’evidente asimmetria: chi parla dispone della prerogativa dell’intervento pubblico; chi è chiamato in causa non ha uno spazio contestuale di risposta. L’aula diventa una tribuna unidirezionale, sottratta al contraddittorio.
In questo scenario, il presidente del consiglio si trova a esercitare un equilibrio complesso. Deve garantire la libertà di parola dei consiglieri, presidio essenziale della dialettica democratica, ma al tempo stesso tutelare il decoro dell’istituzione e la coerenza funzionale dei lavori. Le sue sollecitazioni a ricondurre gli interventi all’ordine del giorno mostrano il tentativo di arginare una deriva che rischia di snaturare la seduta consiliare. Tuttavia il margine è sottile: un intervento troppo incisivo può apparire come compressione del diritto di parola; uno troppo indulgente può legittimare un uso improprio dell’aula.
In ogni democrazia matura, l’informazione svolge la funzione di “cane da guardia” del potere. Il giornalismo, quando esercitato con rigore e responsabilità, vigila sull’operato delle istituzioni, ne rende trasparente l’azione e pone domande scomode. La critica alla stampa è legittima, così come lo è la richiesta di rettifica. Ma quando la sede istituzionale diventa il luogo privilegiato per delegittimare l’informazione o orientarne l’agenda, si produce un corto circuito: non è più l’informazione a controllare il potere, bensì una parte del potere che tenta di indirizzarla.
Questa prassi non mortifica soltanto il lavoro giornalistico, ma impoverisce l’aula stessa. Il consigliere parla a nome della comunità, non in difesa della propria immagine.
Quando l’intervento si riduce a replica personale, il discorso politico si restringe a dimensione privata, perdendo la sua tensione pubblica.
La qualità della democrazia si misura anche nella capacità delle istituzioni di tollerare la critica e di rispondervi con strumenti appropriati. Utilizzare l’aula come spazio privilegiato di contro-narrazione, sottratto al contraddittorio, altera l’equilibrio tra politica e informazione e rischia di alimentare un clima di tensione permanente. Non si tratta di immunizzare la stampa da critiche, ma di preservare la distinzione dei ruoli: la politica governa e rende conto; l’informazione osserva e racconta; i cittadini giudicano.
Quando questi confini si confondono, l’autorevolezza delle istituzioni ne risulta indebolita.
Trapani ha bisogno di un confronto franco ma ordinato tra potere e informazione. L’aula consiliare dovrebbe restare il luogo della deliberazione nell’interesse collettivo, non il palcoscenico di un contenzioso mediatico. In gioco vi è un equilibrio essenziale alla vita democratica: quello tra rappresentanza politica e libertà di informazione.