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05/03/2026 16:27:00

Caso Fardella – Ximenes: “La scuola deve assumersi la responsabilità educativa

Continua ad allargarsi il dibattito attorno alla vicenda del professore di latino sospeso al liceo classico Fardella – Ximenes di Trapani per il linguaggio utilizzato durante alcune lezioni.

 

Alla redazione di Tp24 è arrivata anche la riflessione di Mauro Taormina, docente di scienze dell’istituto.

Il suo intervento non entra nel merito dei singoli episodi ma propone una riflessione più ampia sul ruolo educativo dell’insegnante e sulle responsabilità della professione docente.

 

“Un ruolo di responsabilità verso persone in crescita”

 

Taormina spiega di sentirsi coinvolto, come altri colleghi, da una vicenda che rischia di colpire l’immagine della professione.

Il docente afferma di disapprovare i comportamenti contestati e sottolinea che l’insegnante esercita una responsabilità formativa verso studenti che si trovano in una fase di crescita cognitiva, emotiva e morale.

Per questo, secondo Taormina, il linguaggio utilizzato in classe non è un dettaglio.

“Un linguaggio volgare o sessualmente esplicito non mediato – scrive – tradisce questa responsabilità perché non distingue tra spazio educativo e spazio informale”.

 

La distanza necessaria nella relazione educativa

 

Nel suo intervento il docente insiste su un punto: la relazione tra insegnante e studente non è una relazione tra pari, ma una relazione educativa asimmetrica.

Per questo un docente non può esprimersi come farebbe in un contesto privato.

Secondo Taormina, chi insegna deve essere consapevole di rappresentare un modello di riferimento per gli studenti e di operare all’interno di un’istituzione che richiede una forma e una responsabilità precise.

“La formazione passa anche dai nostri atteggiamenti, dal nostro modo di stare davanti agli studenti”, osserva.

 

“L’insegnamento non è un palcoscenico”

 

Uno dei passaggi centrali della riflessione riguarda il rapporto tra personalità del docente e insegnamento.

Secondo Taormina, il rischio è trasformare la lezione in un palcoscenico personale.

“Occorre disciplinare il proprio ego – scrive – e usare la propria personalità al servizio dell’apprendimento, non usare l’apprendimento come palcoscenico per la propria personalità”.

Il docente sottolinea che molti insegnanti compiono ogni giorno questo lavoro di disciplina interiore, mettendo al centro la crescita degli studenti.

 

Il valore delle segnalazioni degli studenti

 

Un altro passaggio significativo riguarda il ruolo degli studenti.

Taormina sostiene che quando gli studenti trovano il coraggio di segnalare che qualcosa non va, questo non dovrebbe essere visto come un problema, ma come il segno che la scuola e le famiglie hanno svolto il loro compito educativo.

“Vuol dire che hanno sviluppato coscienza critica e autonomia”, scrive.

Il docente osserva anche che spesso i giovani vengono descritti come fragili, ma che proprio questa fragilità può nascondere una forza nuova: la capacità di parlare apertamente dei problemi.

 

“Servono selezione e formazione più rigorose”

 

La riflessione si allarga poi al sistema scolastico.

Secondo Taormina, professioni come quella dell’insegnante dovrebbero essere sostenute da percorsi di selezione e formazione più rigorosi, che includano anche una valutazione delle competenze psicologiche e relazionali.

“Puoi essere un erudito sopraffino – osserva – ma se non capisci chi hai davanti o non sai controllarti hai fallito”.

Per il docente, l’insegnamento è una professione complessa e delicata, che richiede competenze disciplinari ma anche pedagogiche.

 

Il ruolo dell’informazione

 

Nel suo intervento Taormina difende anche il ruolo dell’informazione.

Secondo il docente non è corretto parlare di scandalo mediatico quando i giornali raccontano fatti che riguardano la comunità scolastica.

“I giornalisti – scrive – fanno parte dei contrappesi democratici che ci aiutano a guardare anche ciò che è spiacevole”.

Ignorare i problemi, aggiunge, non li risolve ma rischia di farli crescere sotto traccia.

 

“Riconoscere gli errori senza distruggere le persone”

 

Nella parte finale della lettera Taormina invita a mantenere un equilibrio nel giudizio.

Il docente ricorda che il collega coinvolto è stato sanzionato con una sospensione dal servizio, provvedimento che rappresenta già una forma di responsabilità e di riflessione.

Secondo lui, la vicenda dovrebbe diventare un’occasione di confronto sulla pratica educativa, evitando sia la negazione dei problemi sia una condanna totale della persona.

“Dagli errori si può imparare”, conclude.

 

Ecco il testo della lettera:

 

 

Mi chiamo Mauro Taormina e sono un docente di scienze in servizio presso il liceo Fardella-Ximenes. Mi sento toccato, come altri colleghi, dalla vicenda di cui è stata informata la cittadinanza, da comportamenti che disapprovo e che macchiano l’immagine della professione che sono felice di esercitare.

Non voglio entrare nel merito dei dettagli della vicenda, ma vorrei contribuire a una riflessione sul ruolo che questa professione ci affida e sulla responsabilità che abbiamo verso esseri umani in crescita e verso la collettività.

L’insegnante esercita un ruolo di responsabilità formativa verso persone in fase di sviluppo cognitivo, emotivo e morale, deve quindi assumere una responsabilità per il modo in cui il mondo viene presentato agli studenti.

Un linguaggio volgare o sessualmente esplicito non mediato tradisce questa responsabilità, perché non distingue tra spazio educativo e spazio informale.

Un docente non si può esprimere come in un contesto privato tra pari, deve mantenere una necessaria distanza perché la relazione educativa è fisiologicamente asimmetrica. Deve essere consapevole della differenza esistente rispetto al grado di sviluppo psicologico ed emotivo degli studenti, per i quali rappresenta un esempio di vita adulta, e deve essere consapevole della natura istituzionale della scuola, natura che richiede precisi aspetti formali.

Forma che diviene sostanza, perché la formazione passa anche e soprattutto dai nostri atteggiamenti, dai nostri gesti, dal nostro modo di stare davanti agli occhi degli studenti. L’insegnamento non è infatti solo ciò che il docente dice parlando di teoremi, poesia provenzale o DNA, ma anche ciò che il docente è, perché il suo modo di stare in classe diventa inevitabilmente parte del messaggio educativo.

Ecco perché occorre disciplinare il proprio ego, usare la propria personalità al servizio dell’apprendimento e non usare l’apprendimento come palcoscenico per la propria personalità.

Molti insegnanti lo fanno, esercitano questo atto di disciplina interiore, non insegnano per autoaffermazione personale, ma per far crescere gli altri, si impegnano a mettere in discussione le proprie idee, accettano e gioiscono quando l’allievo supera il maestro.

Potremmo dire che questi docenti sono cresciuti, che sono maturi, o che sono persone che continuano a crescere, che crescono con gli studenti che hanno la fortuna di incontrare.

La nostra ragione di esistenza professionale sono gli studenti. Lo stesso codice civile ci informa che, se gli studenti sono assenti, l’ora di lezione è infungibile: la prestazione lavorativa non può quindi essere convertita in altre mansioni.

Gli studenti ci vengono affidati dalle famiglie con un atto di fiducia e di delega. Abbiamo il dovere di tutelarli e di traghettarli, agendo da guide, da tramite tra il loro mondo, la storia, la cultura e le idee.

Per questo risulta parimenti inaccettabile che un docente discrimini su basi razziali, in base a preferenze di genere o scelte politiche e culturali, o imponga la propria visione senza contraddittorio o che, in modo più sottile, faccia propaganda mescolando piani distanti con voli pindarici, senza esplicitare le connessioni, di fronte a menti giovani che, non disponendo del bagaglio necessario per ricostruire il quadro, finiscono quindi per subire la visione del docente e aderire in modo inconsapevole.

Ciò non vuol dire che un docente non possa esprimere le proprie idee politiche. Penso anzi che sia necessario poter capire come si orienti rispetto ai grandi temi che interessano la collettività, ma lo deve fare in maniera franca, trasparente e senza cercare di convincere a forza nessuno.

I docenti consapevoli, i docenti riflessivi, non impongono le proprie verità ma si assumono la responsabilità di cercare risposte insieme agli studenti.

Per questo un docente consapevole, un docente riflessivo, non può che essere soddisfatto se degli studenti trovano la forza di segnalare che le cose non vanno bene, che dei limiti sono stati superati: vuol dire che la scuola e le famiglie hanno svolto il loro compito, li hanno aiutati a sviluppare delle teste pensanti, ad essere autonomi, ad avere coscienza critica, a tutelare sé stessi e gli altri.

Spesso i giovani vengono indicati come deboli, fragili, inadeguati, ma vedo che in questa fragilità si nasconde la forza. I ragazzi e le ragazze oggi parlano dei propri problemi, non hanno paura o vergogna di farlo sentire e questa è una novità incoraggiante, soprattutto in contesti dove il silenzio l’ha fatta spesso da padrone.

Però anche noi adulti dovremmo fare un passo in più: dovremmo chiedere che professioni come quella degli insegnanti, professioni di cura, vengano sostenute da un percorso di selezione e formazione più rigoroso.

Tutti i docenti dovrebbero arrivare alla cattedra dopo il superamento di un concorso (cosa che purtroppo non sempre avviene), di un colloquio che miri a verificare la loro attitudine psicologica e relazionale e dopo avere svolto un percorso di formazione pedagogica e psicologica.

Perché puoi essere un erudito sopraffino, ma se non capisci chi hai davanti e non sai controllarti o disciplinarti hai fallito in pieno.

Si tratta infatti di un lavoro complesso che richiede diverse competenze specifiche e trasversali, non di un lavoro adatto a tutti. Un lavoro delicato che, se svolto male, può arrecare danno alla crescita, ma se svolto bene può creare il terreno fertile per una società migliore.

Società che si mantiene sana grazie anche al lavoro dei “contrappesi democratici”, categoria di cui fanno parte anche i giornalisti, che dovrebbero svolgere un lavoro di pungolo costante e costringerci a guardare anche ciò che è spiacevole, come ha spesso ricordato il nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Guardare ciò che è spiacevole è necessario. Spesso capiamo cosa è giusto proprio osservando ciò che è sbagliato, in una relazione in cui il negativo agisce come contrasto morale.

Riconosciamo gli errori in questa vicenda, errori per i quali il docente ha giustamente pagato con la sospensione dal servizio, avendo la possibilità di uno spazio di riflessione in cui l’errore possa diventare una risorsa per il dialogo educativo, uno strumento di conoscenza.

Pertanto non trovo corretto o produttivo che si parli di “scandalo mediatico”: cosa c’è di scandaloso nel riportare i fatti, nel dare voce a chi ha necessità di comunicare le proprie posizioni?

Cercare di nascondere i problemi non li porta a regredire, li può fare solo crescere sotto traccia: la negazione del male non lo rende certo più debole.

In questi giorni si è aperto uno spazio di consapevolezza e analisi condivisa, in cui diverse voci sentono il bisogno di esprimersi. Lo trovo positivo e tengo a sottolineare che non bisogna correre il rischio di esprimere una condanna definitiva e senza appello nei confronti del docente inteso nella sua interezza come persona, ma occorre limitarsi a riflettere, come ho cercato di fare, sulla pratica d’insegnamento e sui rapporti con gli studenti, nella speranza che dagli errori si possa imparare.

Confido quindi nella possibilità che da questa vicenda emerga una maggiore consapevolezza in grado di aiutare tutti — docenti, alunni e famiglie — a vivere l’errore non come qualcosa di irreparabile che rompa il rapporto di fiducia nella comunità scolastica, ma come una presa di coscienza che possa contribuire a costruire un clima educativo più sereno e responsabile, in cui ciascuno si senta parte di un percorso condiviso di crescita e miglioramento.