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10/03/2026 07:30:00

Danni d’immagine allo Stato, la Cassazione interviene sul caso Nicosia

La Cassazione interviene sul caso di Antonello Nicosia e conferma un principio importante: anche chi non è formalmente un pubblico dipendente, ma esercita una funzione collegata a un incarico pubblico, può essere chiamato a rispondere del danno d’immagine arrecato allo Stato.

 

La pronuncia riguarda l’ex assistente parlamentare, condannato in via definitiva a 13 anni di carcere per associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta antimafia “Passepartout”. Nei suoi confronti la Procura della Corte dei Conti della Sicilia ha avviato un’azione di responsabilità chiedendo 50 mila euro di risarcimento per la lesione dell’immagine della pubblica amministrazione.

 

Il nodo: il danno d’immagine allo Stato

 

La questione giuridica è arrivata fino alla Suprema Corte perché nel procedimento contabile era emerso un dubbio interpretativo: se il danno d’immagine allo Stato possa essere contestato anche per reati come l’associazione mafiosa quando il soggetto non è un dipendente pubblico in senso stretto.

Le Sezioni Unite della Corte dei Conti avevano chiesto chiarimenti proprio su questo punto.

La Cassazione ha ora chiarito che il danno d’immagine può configurarsi anche in casi come quello di Nicosia, quando la condotta è legata all’esercizio di una funzione pubblica o di un ruolo che consente di accedere a prerogative istituzionali.

 

Il ruolo di assistente parlamentare

 

Secondo le sentenze penali, Nicosia sfruttò il suo incarico di assistente parlamentare della deputata di Italia Viva Giusy Occhionero per accedere alle carceri italiane.

Le visite venivano formalmente giustificate come attività ispettive legate alla tutela dei diritti dei detenuti. In realtà, secondo l’accusa accolta nei processi penali, quegli incontri sarebbero serviti anche a comunicare con mafiosi detenuti e a monitorare il rischio che alcuni affiliati potessero collaborare con la giustizia.

Per i magistrati contabili, proprio l’uso di una funzione legata all’attività parlamentare per favorire ambienti mafiosi avrebbe provocato un grave danno reputazionale allo Stato.

 

La decisione della Cassazione

 

La Suprema Corte ha chiarito che l’associazione mafiosa può integrare pienamente il presupposto del danno d’immagine quando il comportamento del soggetto, inserito in un contesto istituzionale, tradisce il rapporto di fiducia tra cittadini e Stato.

Il principio affermato è che la tutela dell’immagine della pubblica amministrazione è strettamente collegata al corretto esercizio delle funzioni pubbliche e al rispetto dei doveri di disciplina e onore.

 

Il procedimento contabile

 

Con la pronuncia della Cassazione viene dunque confermata la possibilità di procedere con il giudizio contabile nei confronti di Nicosia.

Spetterà ora ai giudici della Corte dei Conti valutare nel merito la richiesta della Procura contabile siciliana, che ha quantificato in 50 mila euro il risarcimento per il danno d’immagine arrecato allo Stato.

Una vicenda che, oltre al profilo penale già definito, apre ora anche il capitolo della responsabilità patrimoniale per l’uso distorto di un ruolo collegato alle istituzioni.