×
 
 
12/03/2026 06:00:00

Caso Becchina. Quando i pentiti inventano la realtà e la giustizia arriva in ritardo

 La recente decisione della Corte d’Appello di Palermo di restituire integralmente il patrimonio a Gianfranco Becchina, oltre ad una vittoria legale, rappresenta l’affermazione delle risultanze processuali su una narrazione che per anni è stata protagonista indiscussa in tv e giornali.

Becchina, oggi 87enne, è stato un mercante d’arte internazionale di Castelvetrano che ha collaborato con i principali musei del mondo. La Corte d’Appello lo ha riabilitato, riconoscendo liceità dei suoi guadagni e il fatto di non avere alcun legame con la mafia.

 

Si dirà, ma allora ci sarà una sentenza di primo grado che, almeno inizialmente, questi legami li avrà dimostrati. No, non c’è. Però i beni gli sono stati confiscati lo stesso. Si può fare? Sì, in Italia si può fare, attraverso le misure di prevenzione patrimoniali, regolate dal decreto legislativo 159 del 2011, il noto Codice Antimafia. In sostanza, il sequestro dei beni può avvenire non solo a prescindere da una condanna, ma perfino dall’esistenza di un procedimento penale.

È sufficiente dimostrare che il soggetto rientri in una categoria di “pericolosità sociale” e che i suoi beni abbiano un valore ingiustificato rispetto ai redditi ufficiali. Poi, nei diversi gradi di giudizio, il sequestro può diventare confisca e questa diventare definitiva, in un lungo percorso che non ha bisogno di risultanze penali specifiche a carico della persona colpita.

 

Nel caso di Becchina, ci sono voluti otto anni per dimostrare che i suoi guadagni non fossero stati frutto di legami con la mafia e che lui con la mafia non c’entrasse nulla. Un periodo sufficiente a ridurre quasi a zero il suo principale oggetto di impresa, la produzione di olio biologico, conosciuta nel mondo come eccellenza del settore. Perché è di olio che si occupava Becchina al momento del sequestro. Da decenni non faceva più il mercante d’arte.

 

Il sequestro avvenne dunque perché i beni furono valutati come sproporzionati rispetto al reddito. E, soprattutto perché l’imprenditore fu considerato “vicino a Matteo Messina Denaro”. Non uno organico al clan e nemmeno un fiancheggiatore attivo: “vicino”. Una vicinanza che gli inquirenti acquisirono nel lontano 1992, dalle dichiarazioni di due pentiti: Rosario Spatola e Vincenzo Calcara. Il primo lo aveva descritto come un vero e proprio “uomo d’onore”, al secondo invece la sua affiliazione non risultava. Ma per entrambi, Becchina era uno che trafficava reperti per conto della famiglia mafiosa di Castelvetrano. L’indagine fu archiviata poco tempo dopo, dal momento che le dichiarazioni di entrambi i pentiti non trovarono alcun riscontro. E alla fine, i giudici della procura di Caltanissetta arrivarono alla conclusione che Spatola e Calcara non fossero stati nemmeno loro realmente affiliati a Cosa Nostra. Insomma, si erano inventati tutto, perfino la propria affiliazione.

 

Più recente invece il contributo dell’ex re dei supermercati, Giuseppe Grigoli, (condannato in via definitiva come socio in affari di Matteo Messina Denaro) che invece aveva raccontato che Becchina era solito portargli sacchi pieni di banconote da consegnare a Vincenzo Panicola, marito di Patrizia Messina Denaro, affinché arrivassero al boss latitante. Anche qui nessun riscontro.

Oggi, la sentenza della Corte d’Appello ha messo la parola fine a questa vicenda, restituendo a Becchina il Palazzo Pignatelli e le aziende di famiglia.

 

E adesso che succederà? Avrà diritto ad un risarcimento per “sequestro ingiusto” nelle misure di prevenzione? Non è una cosa semplice. La Cassazione ha spesso ribadito che la misura di prevenzione non richiede la certezza del reato, ma solo un giudizio di pericolosità sociale basato su indizi, rendendo difficile provare l’errore macroscopico del giudice. Insomma, la strada si prospetta in salita. Anche se intanto questo non è un risultato da poco, perché restituisce una verità giudiziaria che mancava da troppo tempo. Tempo in cui si è consolidata una narrazione fatta di elementi che si sarebbero potuti prestare alle più articolate sceneggiature: Selinunte, i tombaroli, le monete, la passione dei boss per i reperti archeologici, l’idea che la ricchezza di un mercante d’arte possa provenire dai ritrovamenti sotto i templi. Allora è stato facile arrivare all’assunto che Becchina si sia arricchito così. E ancora più facile dedurre che buona parte del proprio guadagno abbia dovuto dividerla col boss.

 

Selinunte, l’arte e i Messina Denaro hanno tenuto botta per otto lunghi anni e forse da molto prima. Fin quando la Corte d’Appello non ha riconosciuto che magari si era esagerato. Ricordando in una sentenza che no, Selinunte non c’entra nulla, visto che la quasi totalità dei reperti sequestrati nel 2001 dalla procura di Roma, era originaria dell’area della Magna Grecia, tra i territori di Puglia, Lucania e Campania.

 

Dalle prime dichiarazioni dei due “sedicenti” (così dicono le sentenze) pentiti, sono passati 34 anni. Un periodo in cui sarebbe stato facile prima o poi beccare un comportamento, un’intercettazione che dimostrasse con chiarezza il suo contributo alla latitanza del boss. Invece niente. Si è dovuto aspettare il 2017, quando, anche senza prove, sarebbero bastati gli indizi. E quelli sono stati serviti su un piatto d’argento da due pentiti che, anche se con la credibilità sotto le scarpe, hanno dato un imprinting che ha retto per tutto questo tempo.

 

E il sequestro di Roma del 2001? Prescritto. Un esito che non va attribuito a particolari tattiche della difesa (che anzi avrebbe aspirato al pieno successo), ma a quella cronica lentezza della giustizia che, paradossalmente, la riforma del prossimo referendum non sembra destinata a risolvere.

 

Egidio Morici