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14/03/2026 06:00:00

Da bambino soldato a testimone di pace. A Trapani la storia di Junior Nzimat

“Se io dovessi morire in questa guerra, tu devi prenderti cura di mio figlio”. Queste furono le ultime parole del miglior amico di Junior Nzimat. Poco dopo, Junior salì sul veicolo che doveva portare via lui e altri bambini soldati, ma proprio mentre stava aiutando il suo amico a salire, i ribelli lo hanno colpito con un razzo ed il suo tronco gli è rimasto tra le mani. Quel giorno Junior compiva 13 anni. 
Junior Nzimat è un ragazzo congolese che, a 10 anni, è stato rapito a scuola dai guerriglieri per essere trasformato in un soldato e costretto a combattere, rapire, uccidere. A 10 anni, i bambini soldati venivano ammessi nel mondo degli adulti, venivano chiamati ad imbracciare fucili e lasciare scuola e giochi, quindi potevano anche sposarsi.  A 10 anni Junior, come tantissimi altri bambini, diventavano il volto delle violenze e del neo colonialismo della Repubblica del Congo. 
 

Nell’est della Repubblica Democratica del Congo, nella regione del Kivu, si trovano alcune delle principali riserve di coltan, una sabbia nera indispensabile per la produzione di smartphone. Questa risorsa naturale è però diventata una maledizione: da oltre vent’anni milizie armate si contendono il controllo delle miniere, imponendo tributi ai minatori e utilizzando i proventi per finanziare la guerra. I tributi sono spesso l’utilizzo dei bambini: come forza lavoro, risorsa domestica e risorsa sessuale nel caso delle bambine. 
 

Il voltante viene poi trasferito verso città come Goma e successivamente esportato in Ruanda, dove avviene la prima transazione ufficiale che ne “ripulisce” l’origine, cancellando formalmente il legame con violenze e sfruttamento. Così, mentre l’industria tecnologica globale prospera, il sangue versato per questa risorsa continua a scorrere lontano dai riflettori, in una guerra che il mondo preferisce non vedere.
Quel minerale ha il volto di Junior Nzimati, il volto del costo umano di uno smartphone. 
 

A soli 13 anni -  in quell’età in cui giochi di nascosto con le macchinine e fai la posta alle ragazzine fuori da scuola ed il tuo cruccio è vincere la partita di calcetto - Junior ha decapitato una donna incinta: temeva che sotto il vestito nascondesse una trasmittente con cui aggiornare il nemico. Junior, che compiva violenze per inerzia, con l’unico obiettivo di vincere la guerra e andare in Europa per tornare bambini, come gli avevano promesso. 
A soli 13 anni, vive e vede violenze che non possono essere immaginate. Se la sua vita fosse una preghiera, reciterebbe “dacci oggi il nostro orrore quotidiano”. 
Junior non era uomo e non più bambino, solo un soldato e dopo la vittoria della prima guerra civile ce ne fu un’altra. Partirono in più di tremila per l’Angola, ne tornarono quattrocento, la maggior parte esplosi sulle mine antiuomo. Chi si salvò finì prigioniero, sfamato a carne di corvo e frustate. Anche dopo la liberazione, continuò ad essere prigioniero della divisa: innamoratosi di una ragazza che aveva perso il fratello a causa dei miliziani, si travestiva da studente rischiando di essere giustiziato. 
 

Divenuto guardia del corpo di un colonnello, ma senza mai abbandonare divisa e pistola, Junior riuscì finalmente a tornare tra i banchi di scuola. Ed è lì, dalla conoscenza che è scaturita la vera libertà, quella della scelta. 
Gli hanno dato delle armi per distruggere la società ma, oggi, ha scelto la non violenza e di proteggere i bambini dalle guerre con la sua associazione,  Paix pour l’enfance, con cui aiuta i bambini vittime della guerra, garantendo loro anche l’accesso allo studio. 
La sua arma più potente oggi è la parola, la testimonianza. Junior racconta per sensibilizzare, perché la conoscenza e la memoria hanno il  potere di combattere l’indifferenza, di avere il coraggio di desiderare un mondo migliore. 
È questo il racconto che restituisce Junior, giovedì 12 marzo, in un teatro Gebel Hamed a Erice gremito degli studenti dell’IS “Ignazio e Vincenzo Florio”, in un incontro importante di riflessione rivolto agli studenti sul tema dei diritti umani e dei conflitti armati che coinvolgono i minori.
 

L’incontro, dal titolo “Se la mia vita da bambino soldato potesse essere raccontata”, ha offerto ai ragazzi l’opportunità di ascoltare una testimonianza diretta e toccante su una delle più gravi violazioni dei diritti dell’infanzia ancora presenti in diverse aree del mondo. 
Ha moderato l’incontro Alessandro Ienzi, fondatore di Raizes Teatro, avvocato, autore e regista palermitano, che ha anche tradotto gli interventi di Junior dal francese.

 

L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività educative promosse nell’ambito del progetto Rondine, un percorso dedicato alla promozione della cultura della pace, della gestione non violenta dei conflitti e dell’educazione alla cittadinanza globale, realizzata in collaborazione tra il Centro Internazionale Giovani e Diritti Umani, Raizes, il progetto 8x1000 della Chiesa Valdese e Paix pour l’Enfance International.

Junior racconta che il suo impegno, oggi, è memoria di quella promessa fatta al suo amico quando avevano 13 anni,  che gli aveva chiesto di prendersi cura di suo figlio: per Junior ogni bambino che incontra è suo figlio. 
“Per me Junior di 12 anni è ancora in guerra” ha detto con commozione profonda, “ Io proteggo Junior di 12 anni attraverso la protezione di altri bambini”. 
Perchè la guerra raccontata da Junior non è così lontana.
 

Il volto dei bambini soldato del Congo somiglia oggi al volto dei bambini di Gaza, cresciuti tra macerie e bombardamenti, e a quello di tanti altri minori che, in ogni parte del mondo, pagano il prezzo più alto dei conflitti degli adulti.
Solo poche settimane fa, il 28 febbraio, una scuola elementare femminile nella città iraniana di Minab è stata colpita da un missile: tra le macerie sono morte oltre 160 bambine tra i 7 e i 12 anni mentre erano in classe. 
Le guerre cambiano nome, confini e protagonisti, ma dalla Striscia di Gaza all’Ucraina, dal Sudan al Medio Oriente, sono milioni i minori che crescono tra assedi, bombardamenti e fame. In molti casi non conoscono altro che la guerra: abbracciano fucili al posto delle bambole, disegnano la morte invece della vita, le loro ninna nanne sono le bombe ed i lamenti. In altri, come è accaduto a Junior, la guerra ruba loro l’infanzia e li trasforma in soldati.
Per questo la testimonianza di Junior non è soltanto il racconto di un passato lontano.
 

È uno specchio del presente.
Perché ogni smartphone che teniamo in mano, ogni notizia che scorre veloce sullo schermo, ogni guerra che impariamo a ignorare ha sempre un volto dall’altra parte del mondo.
A volte quel volto è quello di un bambino. A volte è quello di Junior.
 

E la domanda che la sua storia lascia sospesa nella sala di un teatro pieno di studenti è semplice quanto scomoda: quanto vale davvero l’infanzia di un bambino, nel mondo in cui viviamo?