“Safira”: “ce la fa, ne è capace”.
La barca a vela dell’associazione “Safira sailing” asd dei trapanesi Leonardo Stabile e Agata Novara, battente bandiera italiana e in collaborazione con Mediterranea Saving Humans, ha preso il largo verso Lampedusa circa una settimana fa, per poi dirigersi verso sud in zona SAR, dove sarà impegnata nel monitoraggio del tratto di mare tra Lampedusa, Sfax e le isole Kerkennah: una delle rotte più pericolose del Mediterraneo centrale, attraversata da persone che partono da Libia e Tunisia nel tentativo di raggiungere l’Europa.
La missione prevede monitoraggio costante dell’area, interventi di assistenza e coordinamento con le autorità italiane e con la Flotta Civile in caso di emergenze.
Il 22 febbraio scorso, sulla stessa barca a vela, è stata celebrata una commemorazione per i mille naufragi fantasma causati anche dal ciclone Harry, i cui corpi – o ciò che di loro resta – vengono ancora restituiti sulle nostre coste dalle maree. E con quei corpi ciò che a queste persone era appartenuto: una scarpa, un peluche. Oggetti che parlano di quotidianità, di una umanità fatta di donne, uomini e anche bambini, cui è stato vietato dai governi locali di comprare un banale biglietto in economy e prendere un banalissimo aereo verso una destinazione qualunque, in cerca di un futuro qualsiasi, ma lontano dalle violenze delle dittature, dai campi di detenzione, dalle milizie. Ed invece devono pagare un biglietto da business class su improbabili barchini di ferro, le cosiddette “bare galleggianti”.
Già in passato, quando la “Mare Ionio” era in fermo amministrativo, la “Safira” non ha esitato a spiegare le vele ed a rispondere presente alla richiesta di aiuto di Mediterranea Saving Humans.
E questa volta ha risposto nuovamente presente, davanti al fermo di Humanity 1.
Perchè quando il soccorso civile è assente e le ONG vengono criminalizzate per aver salvato vite, il Mediterraneo resta muto davanti alle richieste di aiuto: non ha orecchie che rispondono alle segnalazioni di Alarm phone, non ha gommoni di recupero, non ha parole che raccontino quella che è la più grande e silenziosa strage degli innocenti dei nostri tempi.
Perché il mare è un non luogo, la traversata ed il rescue è un attimo, la salvezza è il futuro che si apre oltre i porti di sbarco e la vita di tante persone dipende dalle navi-soccorso e dai loro equipaggi.
A bordo di “Safira2” ci sono tanti volontari (medici, infermieri, marinai, etc.) che hanno deciso di dedicare il loro tempo libero e le loro competenze a questa causa importante. A bordo di Safira c’è la capo missione, Sheila Melluso.
Sheila ha un tatuaggio sul braccio destro, dei numeri in sequenza: sono le coordinate delle rotte delle missioni di salvataggio nel Mediterraneo Centrale cui ha partecipato in questi anni. Lei si è sempre occupata di persone: a 18 anni con Emergency, gli ambulatori di Palermo, che la avvicinano alla storia delle persone in movimento. Sheila è come Mr. Wolf: risolve problemi, aiuta a trovare delle strategie per restare il più possibile in mare.
Era stata lei a coinvolgere Leo e Agata nella sostituzione della “Mare Ionio”.
Ed anche stavolta c’è lei a bordo quando, a poche ore dalla partenza della 24ma missione di soccorso, “Safira di Mediterranea Saving Humans è intervenuta a circa 60 miglia sud ovest di Lampedusa, grazie alla segnalazione dell’aereo Seabird 1 di Sea-Watch, per mettere in sicurezza 40 persone in grave pericolo di vita a bordo di un gommone partito nella giornata dalla Libia.
Tutti i naufraghi sono stati imbarcati a bordo della barca del soccorso civile.
Il team di Mediterranea ha risposto a un “MayDay Relay” emesso dall’aereo Frontex Eagle1 alle ore 13.30 che riguardava il caso. Una volta intercettato il gommone sul quale viaggiavano le persone in fuga dalla Libia, risultava alla deriva, sovraccarico e con i tubolari già sgonfi, a rischio di naufragio imminente. Da “Safira” è stato lanciato il gommone veloce “Abba1” in dotazione, con a bordo il rescue team che ha provveduto all’immediata distribuzione dei giubbotti di salvataggio e alla prima assistenza. Subito si è reso necessario il trasbordo su Safira di tutte le persone, 7 delle quali donne e alcuni minori.
L’intervento medico d’urgenza si è reso necessario per un giovane uomo ustionato su varie parti del corpo, e per altri 5 casi di ipotensione e vomito a causa della lunga permanenza in mare. Le autorità italiane sono state informate e si attende l'intervento di assistenza mentre la barca Safira sta facendo rotta verso Lampedusa per sbarcare tutti i naufraghi in sicurezza.
Nel frattempo, sotto il comunicato stampa pubblicato su social dalla pagina di “Mediterranea saving humans”, ci sono centinaia di commenti che insultano l’equipaggio ed augurano cicloni ed uragani mortiferi a loro, a tutte le ong ed ai salvati.
Quegli uomini, quelle donne, quei bambini che, davanti alla salvezza donata, rispondono con sorrisi, con storie, con disegni in cui la bandiera italiana è dentro un cuore e sulle barche libiche è scritto “mafia”. Come può capovolgersi la narrazione di un Paese, se solo mostra la sua faccia migliore.
Ma la narrazione che si preferisce dare è molto diversa, è la narrazione che crea un nemico quando la politica non sa dare risposte.
Nei giorni scorsi, “Mediterranea saving humans” ha denunciato un caso emblematico.
Il 5 e 6 marzo, Alarm Phone segnala due imbarcazioni in difficoltà in acque internazionali vicino a Malta, con circa 50 persone a bordo ciascuna; una risulterebbe capovolta. Poco dopo arriva un terzo SOS per altre 38 persone in pericolo nello stesso tratto di mare.In coordinamento con Alarm Phone e con le missioni aeree civili, Mediterranea Saving Humans attiva il proprio team di monitoraggio per sollecitare le autorità competenti ad avviare rapidamente un’operazione di ricerca e soccorso. Per ore, però, non arrivano comunicazioni né aggiornamenti ufficiali.Successivamente emerge che il pattugliatore Florillo della Guardia Costiera italiana ha sbarcato 140 persone ad Augusta. Poco dopo viene registrato un secondo sbarco, di circa 60 sopravvissuti, effettuato da una motovedetta della Guardia Costiera italiana.
Quando a salvare vite in mare sono le ONG, improvvisamente il salvataggio diventa sospetto, un reato. Si parla di “taxi del mare”, di complicità con i trafficanti, di invasione.
Quando invece a intervenire sono le autorità statali, la comunicazione diventa improvvisamente opaca. I soccorsi non fanno notizia, i numeri si diluiscono nelle statistiche, e la narrativa pubblica resta quella della “riduzione degli sbarchi”.
Nel frattempo Piantedosi ha rivendicato apertamente la logica della deterrenza: il messaggio da far arrivare deve essere uno solo: non partite. Anche quando questo significa che il Mediterraneo continua a riempirsi di morti.
È una logica crudele, ma politicamente funzionale: più il viaggio appare mortale, più dovrebbe scoraggiare chi fugge. Una strategia che molti osservatori e organizzazioni per i diritti umani denunciano da anni. Le conseguenze di questo approccio non sono teoriche. Hanno nomi e date.
Una di queste è Cutro, febbraio 2023.
Sheila, Agata, Leo, Mimmo e gli altri fanno parte di “un esercito nato per sciogliersi”.
Un esercito che non combatte contro qualcuno, ma contro l’indifferenza.
Che spera di diventare inutile.
Il giorno in cui nessuno sarà più costretto a salire su una bara galleggiante.
Il giorno in cui per attraversare il mare basterà un biglietto aereo e un documento, non un gommone sgonfio nel buio della notte.
Quel giorno le navi-salvezza potranno finalmente restare in porto.
E il Mediterraneo tornerà ad essere soltanto mare.