Diga Trinità, l’acqua va in mare e i campi restano a secco
A Castelvetrano si è tornati a protestare davanti alla diga Trinità. E il punto, in fondo, è semplice quanto surreale: i lavori sono stati completati, ma l’acqua continua a essere scaricata verso il mare. Intanto gli agricoltori guardano il cielo, e non con spirito poetico. Con preoccupazione.
Ieri, sabato 21 marzo 2026, l’associazione I Guardiani del Territorio ha organizzato un sit-in per chiedere che si sblocchi subito la procedura necessaria ad alzare il livello dell’invaso. Dopo quattro anni di limitazioni e mancate irrigazioni, il comprensorio agricolo della zona teme di ritrovarsi davanti alla quinta estate consecutiva senza acqua. E stavolta non per un cantiere fermo, ma per carte che ancora non sono arrivate al traguardo.
Il paradosso della diga Trinità
La vicenda ha contorni che definire paradossali è persino riduttivo. I lavori alla diga, attesi da tempo, sono stati completati il 10 marzo 2026. La Regione ha confermato che sono stati eseguiti interventi di somma urgenza per circa 1,25 milioni di euro e che sono stati completati gli adempimenti di competenza regionale per chiedere l’innalzamento del livello autorizzato dell’invaso. Adesso, però, si attende il via libera del Ministero delle Infrastrutture, che dovrà effettuare le verifiche tecniche.
Nel frattempo, però, l’acqua non si può trattenere come servirebbe. E così, mentre ci si avvicina alla stagione secca, una risorsa preziosa continua a essere dispersa. Per chi lavora la terra, è una scena che ha qualcosa di crudele: l’acqua c’è, ma non si può usare.
Seimila ettari senza irrigazione
A pagare il prezzo più alto sono gli agricoltori del comprensorio di Castelvetrano, un’area da circa 6 mila ettari, vocata soprattutto alla viticoltura. Per anni hanno visto restringersi la disponibilità idrica a causa dei limiti imposti alla diga, tra collaudi mancanti, manutenzioni da completare e livelli d’invaso ridotti al minimo.
Il timore, oggi, è che la burocrazia riesca nell’impresa di fare più danni della siccità. Perché in Sicilia, da aprile in poi, le piogge diventano sempre più rare. E perdere proprio ora la possibilità di accumulare acqua significa compromettere la prossima stagione irrigua, e dunque il raccolto di domani.
La protesta: “Basta ritardi”
Nel corso del sit-in, Davide Piccione ha riassunto così il senso della mobilitazione: non è più tollerabile chiedere agli agricoltori di resistere mentre gli uffici rallentano ciò che sul campo è già stato fatto. “Servono subito le autorizzazioni. Servono responsabilità. Servono risposte”, è il messaggio lanciato dai manifestanti.
La richiesta è chiara: accelerare al massimo l’iter tecnico e autorizzativo per consentire l’innalzamento della quota d’invaso. Perché qui non si discute di un’opera da progettare, ma della possibilità di utilizzare davvero una diga su cui si è appena intervenuti.
La Regione: richiesta inviata al Ministero
Sulla vicenda è intervenuto l’assessore regionale all’Energia e ai servizi di pubblica utilità, Francesco Colianni, spiegando che la Regione ha trasmesso al Ministero la richiesta di incremento della quota d’invaso e che il confronto con la Direzione generale per le dighe è in corso. Lo stesso assessore ha precisato che si è in attesa delle verifiche ministeriali, necessarie per completare il percorso.
Secondo quanto riferito nel territorio, martedì prossimo dovrebbe esserci un sopralluogo dei tecnici. Un passaggio che gli agricoltori attendono come si aspetta la pioggia, ma con una differenza: la pioggia non dipende dagli uffici.
La Cia chiede un incontro in Regione
Accanto alla protesta dei Guardiani del Territorio, anche la Confederazione italiana agricoltori ha chiesto un incontro alla Regione. Segno che la tensione nel comparto agricolo è ormai altissima. Dopo anni di emergenza idrica, promesse e rinvii, il rischio è che la diga Trinità diventi il simbolo perfetto di certa Sicilia: i lavori finiscono, ma il problema resta.
E resta soprattutto per chi vive di agricoltura. Perché quando l’acqua va in mare e i campi restano senz’acqua, il danno non è teorico. È economico, sociale, concreto. Ed è già cominciato.
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