×
 
 
22/03/2026 06:00:00

 La mafia al Nord e l’ombra di Messina Denaro: “Veniva a Milano”

Non è solo un processo. È una fotografia, nitida e inquietante, di come le mafie si siano adattate, evolute e – soprattutto – radicate lontano dai territori d’origine. Il processo “Hydra”, iniziato il 19 marzo nell’aula bunker del carcere di San Vittore, racconta proprio questo: una criminalità organizzata che al Nord non è ospite, ma sistema.

Quarantacinque imputati, una rete che intreccia Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, e un’accusa chiara: gestire affari, potere e relazioni con una logica ormai nazionale. E dentro questa trama, spunta anche il nome di Matteo Messina Denaro.

 

Un processo che unisce tutte le mafie

 

Il cuore dell’inchiesta Hydra è nella sua stessa definizione: un’organizzazione “a più teste”, capace di operare su più territori mantenendo un equilibrio interno.

A riassumere questa filosofia criminale è un’intercettazione che i pm considerano quasi un manifesto:

«Acquisteremo tutto… costruiremo ovunque: con i proventi di Milano, a Milano; con quelli di Roma, a Roma; con quelli di Sicilia, in Sicilia».

Non solo affari, dunque. Ma una strategia precisa: investire sul territorio per radicarsi, evitare conflitti e costruire potere.

Tra gli imputati figura anche Gioacchino Amico, 39 anni, originario di Canicattì ma ritenuto punto di riferimento al Nord del clan camorristico dei Senese. È lui l’autore di quella intercettazione. Ed è sempre lui, oggi, uno dei nuovi collaboratori di giustizia.

 

Il pentito: “C’è gente libera molto feroce”

 

Amico ha deciso di collaborare lo scorso febbraio. Le sue parole sono pesanti:

«C’è gente libera molto feroce, in grado di infiltrarsi ovunque, anche in politica».

Un passaggio che apre uno dei capitoli più delicati dell’inchiesta: i rapporti tra criminalità organizzata e ambienti istituzionali. Nei verbali, ancora in gran parte coperti da omissis, si intravedono riferimenti a contatti con esponenti politici locali e nazionali.

Amico parla anche di minacce dirette:

«In tanti vogliono uccidermi».

E spiega la scelta di collaborare tra paura e, a suo dire, un percorso personale di “riabilitazione”.

 

Il mistero del pentito suicida

 

Ma il processo Hydra si apre anche con una morte che pesa come un macigno.

Bernardo Pace, 62 anni, trapanese, condannato in abbreviato a oltre 14 anni, si è tolto la vita nel carcere di Torino pochi giorni fa. Aveva iniziato a collaborare con la giustizia.

Nel suo primo verbale,  il collaboratore di giustizia aveva detto: "Ammetto l'esistenza dell'unione mafiosa oggetto del procedimento Hydra e il mio ruolo all'interno di quell'associazione mafiosa. Ammetto, altresì, le mie responsabilità per i reati fine a me contestati"

 

Ma emergono elementi di grande interesse investigativo. Tra questi, un passaggio che riguarda direttamente Matteo Messina Denaro:

Il boss, durante la latitanza, «veniva a Milano» e incontrava il cugino Paolo Errante Parrino.

Gli incontri, secondo il racconto, avvenivano nello studio dell’avvocato Giovanni Bosco, figura legata all’entourage familiare del capomafia.

Sono dichiarazioni tutte da verificare, ma che rilanciano un tema noto agli investigatori: il rapporto tra il boss di Castelvetrano e il Nord Italia.

 

Lo scorso aprile Bosco ha accusato un malore ed è morto all’ospedale di Magenta. Era tra i quattro arrestati nell’inchiesta milanese su un sistema di bancarotte, frodi fiscali e riciclaggio. La moglie di Errante Parrino è Antonina Bosco. I Bosco sono cugini di Gaspare Como, sposato con Bice, altra sorelle di Messina Denaro.

 

 

Nel verbale reso il 19 febbraio 2026 ai pm milanesi, emerge un elemento che colpisce più degli altri: otto pagine completamente oscurate, dalla 61 alla 69, dedicate – secondo quanto si apprende – ai rapporti tra esponenti mafiosi e politici locali e nazionali.

«Ci dica di chi parliamo», chiede la pm titolare dell’indagine. Da quel momento, il verbale diventa un muro nero di omissis. Un silenzio pesante, imposto per consentire ulteriori verifiche investigative, ma che lascia intuire la portata delle rivelazioni.

Quando il testo torna leggibile, Pace si sposta su un altro fronte altrettanto delicato: i collegamenti tra le mafie italiane e organizzazioni cinesi, attive – secondo il suo racconto – nel riciclaggio di denaro.

Un doppio livello, dunque: da un lato i possibili intrecci con la politica, dall’altro le connessioni internazionali. Due piste che rendono ancora più complesso – e potenzialmente esplosivo – il processo Hydra.

 

Messina Denaro e Milano: una presenza mai chiarita

 

Che Matteo Messina Denaro avesse relazioni fuori dalla Sicilia non è una novità. Ma il possibile passaggio da Milano, durante la latitanza, aggiunge un tassello ulteriore.

Un tassello che rafforza l’idea di una mafia capace di muoversi liberamente nel Paese, anche nelle grandi città del Nord, sfruttando reti economiche e professionali.

E proprio Milano, nel processo Hydra, appare come uno snodo centrale: non solo luogo di investimento, ma anche spazio di relazioni, incontri e coperture.

 

Il tentativo di spostare il processo

 

Sul fronte della difesa, intanto, si apre un altro fronte.

Uno degli imputati principali, Rosario Abilone, ha chiesto alla Cassazione di trasferire il processo da Milano per presunta “mancanza di serenità” dell’ambiente giudiziario.

Nel mirino dei legali c’è un comunicato ufficiale diffuso dopo le condanne in rito abbreviato (62 condanne per un totale di circa cinque secoli di pena), ritenuto pregiudizievole.

Secondo la difesa, quel clima mediatico e istituzionale potrebbe influenzare il giudizio.

Il processo, però, va avanti. A presiederlo è la giudice Luisa Balzarotti.

 

Milano, laboratorio delle mafie

 

Hydra è molto più di un procedimento giudiziario. È un’indagine che racconta come le mafie siano cambiate.

Non più solo organizzazioni territoriali, ma strutture fluide, capaci di collaborare, investire e mimetizzarsi.

E soprattutto, capaci di fare sistema.

Dal Trapanese alla Lombardia, il filo è sempre lo stesso. Cambiano i luoghi, non il metodo.

E se davvero Matteo Messina Denaro passava da Milano durante la sua latitanza, allora quel filo è ancora più diretto di quanto si pensasse.