Diga Trinità, l’acqua che scorre via, la rabbia che resta
A guardarla oggi, la diga Trinità restituisce un’immagine che ha qualcosa di profondamente contraddittorio: da una parte l’acqua, finalmente abbondante dopo uno degli inverni più piovosi degli ultimi decenni; dall’altra i campi assetati, gli agricoltori in allarme, le paratoie ancora aperte. In mezzo, un nodo burocratico che continua a bloccare tutto. È attorno a questo paradosso che, sabato 21 marzo 2026, si è svolto il sit-in organizzato dall’associazione Guardiani del Territorio. Una protesta composta nei numeri ma carica di significato, perché arriva dopo anni di promesse, ritardi e stagioni irrigue compromesse. E soprattutto arriva nel momento peggiore: quello in cui, teoricamente, il problema avrebbe dovuto essere risolto.
Una diga finita, ma non operativa
Il punto da cui partire è semplice: i lavori alla diga Trinità sono stati completati. Il 10 marzo scorso si è chiusa una fase lunga e travagliata, con interventi di somma urgenza per circa 1,25 milioni di euro eseguiti dalla Regione Siciliana per mettere in sicurezza l’invaso.
L’obiettivo era chiaro: consentire l’innalzamento del livello dell’acqua da 62 a 64 metri, aumentando così la capacità di accumulo e garantendo finalmente una stagione irrigua stabile. Ma tra la fine dei lavori e l’utilizzo reale dell’infrastruttura si è inserito un passaggio decisivo: l’autorizzazione del Ministero delle Infrastrutture. Senza quel via libera, le paratoie non possono essere chiuse. E così accade l’impensabile: l’acqua c’è, ma non si può trattenere. Scorre verso il mare mentre il territorio agricolo resta in attesa.
Il sit-in: pochi numeri, ma un messaggio forte
Davanti alla diga, sabato scorso, si sono ritrovati agricoltori, amministratori locali e rappresentanti politici. Non una mobilitazione di massa, ma una presenza significativa, rafforzata da un dispiegamento evidente di forze dell’ordine.
C’erano, tra gli altri, la consigliera comunale di Castelvetrano Enza Viola, l’assessore all’Agricoltura Ingrasciotta, i sindaci di Petrosino e Campobello di Mazara, oltre alla deputata regionale Cristina Ciminnisi. La protesta, voluta dai Guardiani del Territorio, aveva un obiettivo preciso: chiedere lo sblocco immediato dell’iter autorizzativo.
Perché, come ha sintetizzato Davide Piccione, il tempo è finito. Non si tratta più di progettare o finanziare opere, ma di rendere utilizzabile ciò che è già stato realizzato.
Seimila ettari appesi a una firma
Dietro questa vicenda non c’è solo un ritardo amministrativo, ma un intero sistema agricolo in bilico. Il comprensorio di Castelvetrano conta circa 6 mila ettari coltivati, con una forte vocazione vitivinicola. Negli ultimi anni ha dovuto fare i conti con limitazioni continue: livelli d’invaso ridotti, manutenzioni incomplete, collaudi mancanti.
Ora il rischio è di entrare nella quinta estate consecutiva senza un’adeguata disponibilità idrica.
E la beffa è evidente: questa volta non per mancanza di pioggia o per cantieri fermi, ma per documenti che non completano il loro percorso.
Un passaggio che ha fatto esplodere la polemica, anche per un dettaglio che suona quasi simbolico: l’ufficio che richiede queste integrazioni non si trova a Roma, ma a Palermo. Un cortocircuito amministrativo che, agli occhi del territorio, rende ancora più incomprensibile il ritardo.
Per gli agricoltori, tutto questo si traduce in una sensazione precisa: la burocrazia rischia di fare più danni della siccità. Qui sotto il video con l'intervento di Gian Paolo De Vita, consigliere comunale di Petrosino e rappresentante de i Guardiani.
Le voci dal territorio
Dal sit-in sono arrivate parole durissime, che raccontano meglio di qualsiasi analisi lo stato d’animo del territorio. Il sindaco di Petrosino, Giacomo Anastasi, ha parlato apertamente di una “saga” dal tono tragicamente ridicolo: "La storia di questa diga assomiglia sempre più ad una saga. É una saga che ha poco di epico purtoppo e molto di tragicamente ridicolo. Anche l'acqua di uno dei più piovosi inverni degli ultimi 40 anni è andata sprecata. Oggi, a lavori ultimati, per l'ennesimo cavillo burocratico non si chiudono ancora le paratoie che potrebbero consentire di alzare il livello della diga e salvare la prossima stagione irrigua. L'apatia della regione siciliana non è più tollerabile. Chiedo al Presidente della Regione Siciliana, agli organi istituzionali competenti, ai rappresentanti tutti della deputazione trapanese all'ARS di farsi immediatamente carico della questione e di sollecitare con estrema urgenza la chiusura delle paratoie. Continuare a scaricare l'acqua in mare é un'offesa per i nostri agricoltori e per tutti i siciliani. Per un'intera classe politica, a partire da chi governa, è la dimostrazione, purtroppo, della tragica incapacità di affrontare e risolvere i problemi".
Una posizione condivisa dal sindaco di Campobello di Mazara, Giuseppe Castiglione, che ha quantificato anche il danno potenziale: circa 3 milioni di metri cubi d’acqua in più che potrebbero essere accumulati e garantire l’intera stagione irrigua. Durissimo anche il passaggio politico: “Non è più tollerabile essere messi in ginocchio dalla mala gestio della cosa pubblica”.
Sulla stessa linea la deputata regionale del Movimento 5 Stelle, Cristina Ciminnisi: “È intollerabile vedere l’acqua andare via mentre gli agricoltori non sanno se avranno risorse sufficienti per irrigare i campi”. E ancora, l’appello all’unità lanciato da Enza Viola, che propone un’azione condivisa per sollecitare direttamente il presidente della Regione, Renato Schifani, anche nella sua veste di commissario per l’emergenza siccità.
Il tempo agricolo contro il tempo della burocrazia
C’è un elemento che rende questa vicenda ancora più critica: il disallineamento tra il tempo della natura e quello delle istituzioni.
L’agricoltura non aspetta. Le stagioni hanno scadenze precise: la semina, la crescita, la raccolta. Saltare una fase significa compromettere tutto il ciclo produttivo.
La burocrazia, invece, procede per passaggi, verifiche, integrazioni.
Quando questi due tempi non coincidono, il risultato è quello che oggi si vede alla diga Trinità: una risorsa disponibile che non può essere utilizzata nel momento in cui serve.
Il rischio concreto: un’altra estate senz’acqua
Il sopralluogo dei tecnici ministeriali atteso nei prossimi giorni è visto come un passaggio decisivo. Ma il tempo stringe. Perché da aprile in poi le piogge diminuiscono drasticamente. E ciò che non viene accumulato adesso difficilmente potrà essere recuperato nei mesi successivi. Il rischio è concreto: arrivare all’estate con una diga incapace di garantire l’approvvigionamento necessario. Sarebbe l’ennesima stagione segnata dall’emergenza, in un territorio che vive di agricoltura e che da anni chiede semplicemente di poter lavorare in condizioni normali.
Una diga simbolo di una crisi più ampia
La diga Trinità rischia di diventare molto più di un’infrastruttura problematica. Sta assumendo i contorni di un simbolo. Il simbolo di una Sicilia in cui le opere si completano ma non entrano in funzione. Il simbolo di una distanza tra istituzioni e territorio che si misura in metri d’acqua persi.
Il simbolo, soprattutto, di una frustrazione crescente.
Lo raccontano bene le parole degli agricoltori, da Andrea De Simone: "Nel cuore della diga Trinità, nel comprensorio irriguo, ogni mattina gli agricoltori escono tra i filari, respirando il profumo della terra, hanno sempre coltivato le proprie vigne, in un legame profondo che supera le crisi. Ma oggi, questi custodi del territorio guardano il campo con occhi stanchi: la fiducia nelle promesse delle istituzioni si è incrinata. Eppure, questi coltivatori non ha smesso di credere. Ogni giorno, con le proprie mani, continuano a coltivare, perché il territorio è più di un campo, è la loro identità. Rivolgendosi alle istituzioni, questi custodi,agricoltori,coltivatori alzano la voce: «Ascoltateci, non deludeteci, perché ogni pianta qui è una promessa, ogni giorno è un nuovo inizio». È ora che il territorio torni ad essere un faro di fiducia, un patrimonio di valori condivisi".
Una promessa che oggi, però, ha bisogno di qualcosa di molto concreto: una firma, un’autorizzazione, la chiusura delle paratoie. Perché alla diga Trinità, più che l’acqua, è il tempo che sta finendo.
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