Si sono svolti domenica scorsa, a Pontida, i funerali di Umberto Bossi, fondatore della Lega Lombarda nel 1984, la cui cifra esistenziale era l’indipendenza dalla Repubblica italiana. Nel 1987 elesse un deputato e lui stesso a Palazzo Madama, facendo nascere il “senatùr”. Nel 1991, dalla fusione con altri cinque movimenti regionali, nasce la Lega Nord, di cui è stato segretario federale fino al 2012 e successivamente presidente a vita. Nel 1992 condusse in Parlamento 80 persone; a febbraio, due mesi prima, fu arrestato Mario Chiesa, dando vita all’inchiesta “Mani Pulite”.
Bisogna rammentare che nel 1994, durante il processo Enimont (la madre di tutte le tangenti), ammise che il partito aveva ricevuto una tangente di 200 milioni di lire: dopo la restituzione della somma fu condannato in via definitiva a 8 mesi di reclusione per violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti; più che “duro” si manifestò impuro. Ma il vizietto — non quello di Tognazzi — non lo abbandonò e nel 2012 fu accusato di truffa ai danni dello Stato per lo scandalo dei rimborsi elettorali, ossia di aver usato denaro pubblico per esigenze personali. Nel 2018 è stato condannato a 1 anno e 10 mesi per aver sottratto indebitamente allo Stato i famigerati 49 milioni di euro. L’anno successivo il reato di truffa è andato in prescrizione, unitamente al tesoriere Belsito; la Cassazione ha confermato la confisca dei 49 milioni di euro alla Lega, che sta restituendo in 81 comode rate annuali. È stato condannato anche per vilipendio alla bandiera e al Capo dello Stato.
Fino qui le vicende giudiziarie, ma ciò che ha contraddistinto la sua idea antropologica è che i padani fossero superiori a tutti gli altri italiani, esplicitato con un linguaggio violento, offensivo, discriminatorio. Ha trasformato la politica in contrapposizione. Per questa ragione è stato accolto dal suo popolo delle origini con i cori “Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore”, “Padania libera e secessione”, con un leghista storico, l’ex europarlamentare Mario Borghezio, con il fazzoletto verde al collo, a ricordare “solo con Bossi”.
Accoglienza durissima per Matteo Salvini, al quale è stato intimato di togliere la camicia verde che indossava. Al termine della cerimonia, mentre salutava con un bacio la vedova Manuela Marrone, dal sagrato della chiesa si sono levate urla di “traditore” e “è il bacio di Giuda”. Il vicepresidente del Consiglio ha commesso un peccato esiziale per la gente del senatùr: va bene aver individuato nuovi nemici, gli immigrati, ma quelli storici sono da sotto il Po a Linosa; prima necessitava liberarsi di loro, che rappresentano una zavorra umana, culturale e soprattutto economica.
Quando Salvini è solamente l’evoluzione peggiore della specie leghista, perché è riuscito ad ammaliare una parte di meridionali con lo slogan “prima gli italiani”, in quanto adesso, per i padani del terzo millennio, il separatismo è l’autonomia differenziata. Si chiosa con uno sguardo rivolto alle amministrative di Marsala: la candidata sindaca del centrodestra, Giulia Adamo, è sostenuta anche dalla Lega e dal simbolo “Prima l’Italia”, che li ha sdoganati al Sud.
Inoltre, una contraddizione in termini: come può il Movimento Popolare Arcobaleno avere tra i suoi progetti la marcia dei diritti contro ogni discriminazione, quando alla Lega gli esseri umani di pelle scura non sono graditi e hanno fatto candidato nel proprio partito un individuo per il quale gli omosessuali “non sono normali” e ammiratore di Mussolini, che approvò l’ignominia delle leggi antisemite?
Perché la storia non è un inciampo.
Vittorio Alfieri