Inizia il processo all'avvocato Messina, il "Solimano" di Matteo Messina Denaro
Oggi, 25 marzo, si apre il processo ad Antonio Messina, 80 anni, per tutti “l’avvocato”. Per la Procura di Palermo è molto di più: è “Solimano”, il nome in codice che Matteo Messina Denaro usava nei pizzini per indicare uno degli uomini chiave della sua rete.
Non un gregario. Non uno qualsiasi. Secondo l’accusa, il gestore dei soldi. Quelli veri.
Ex avvocato (radiato), massone “in sonno” del Grande Oriente d’Italia, Messina ha alle spalle condanne per concorso esterno in associazione mafiosa e traffico di droga tra gli anni ’70 e ’90. Un profilo da “colletto bianco” che, per gli inquirenti, si incastra perfettamente negli equilibri di Cosa nostra.
A indicarlo apertamente come “Solimano” è stata Laura Bonafede, la maestra amante del boss, durante il suo processo. L’avvocato tra l'altro è zio di Salvatore Gentile, genero dello storico capomafia “Nardo” Bonafede nonchè marito di Laura Bonafede (qui un approfondimento sulle indagini che nei decenni hanno coinvolgo Messina).
I narcos La sua carriera criminale è corposa. Nel 1992 viene condannato a 7 anni per traffico di droga. La corte lo definisce figura di spicco nel narcotraffico internazionale, capace di gestire importazioni di centinaia di chili di stupefacenti. Nel 1997 è nuovamente condannato, stavolta insieme a pezzi da novanta come Francesco Messina Denaro e Franco Luppino, per traffico internazionale di morfina, eroina e cocaina.
È lui, Antonio Messina, ad organizzare e dirigere il traffico, mettendo a disposizione documenti falsi e risorse per agire anche all’estero. La sentenza del 2001 conferma il suo ruolo direttivo in un’associazione per delinquere, in grado di importare droga dall’Asia e distribuirla in Europa. Viene condannato a 23 anni per concorso esterno e narcotraffico.
Il ruolo: la cassa del clan
Il cuore dell’accusa è tutto qui: i soldi.
Per la Direzione distrettuale antimafia, Messina avrebbe gestito per anni le risorse economiche della famiglia mafiosa di Campobello di Mazara, garantendo anche il sostentamento a Messina Denaro durante la latitanza trentennale.
Non un intermediario, ma un amministratore. Uno che tiene i conti, muove capitali, fa girare affari.
Le indagini parlano di operazioni imprenditoriali in diversi settori: oleifici, edilizia legata al bonus 110%. compravendite immobiliari, traffici internazionali, fino allo smaltimento di rifiuti in Brasile, commercio di carburanti.
Un sistema articolato, che secondo gli investigatori aveva bisogno di una regia. E quella regia, dicono, era “Solimano”.
I pizzini: accuse, tensioni, minacce
Ma nei pizzini sequestrati il ritratto non è quello di un uomo intoccabile. Anzi.
I rapporti tra Messina, il boss e la Bonafede appaiono logorati. Parole dure, pesantissime.
“Ci ha distrutti”, scrive la donna. E ancora: accuse di avidità, di aver rotto equilibri, di essersi spinto troppo oltre.
Non solo tensioni. Anche minacce nemmeno troppo velate. Segno che il ruolo di Messina era centrale, ma tutt’altro che stabile.
Dall’arresto al processo
Messina era stato arrestato il 29 aprile 2025 dal Ros dei carabinieri, coordinato dai pm della Dda di Palermo. Oggi si trova ai domiciliari, anche per via dell’età.
Secondo la Procura, però, resta un soggetto pericoloso: capace di muoversi tra relazioni, affari e ambienti diversi con estrema disinvoltura.
Adesso si passa alla fase decisiva: il processo.
Il “colletto bianco” dopo il boss
Dopo la cattura di Messina Denaro nel gennaio 2023, le indagini si sono concentrate sulla rete che lo ha sostenuto.
Autisti, fiancheggiatori, familiari. E poi loro: i “colletti bianchi”. Antonio Messina, alias “Solimano”, è uno di questi. Non l’uomo che spara. Quello che fa funzionare tutto il resto.
E il processo che si apre oggi serve proprio a questo: capire se dietro quel nome in codice c’era davvero uno degli architetti finanziari della latitanza più lunga della storia recente di Cosa nostra.
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