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20/04/2026 06:00:00

Il sondaggio: metà Sicilia non vota, De Luca ago della bilancia

Un recente sondaggio condotto da Lab21, realtà nazionale coordinata dal professore Roberto Baldassarri, offre una fotografia interessante e, per certi versi, inquietante del clima politico in Sicilia in vista delle prossime elezioni regionali.

 

Il primo dato che emerge riguarda l’affluenza, stimata tra il 48% e il 52%. Un valore che, già di per sé contenuto, assume un significato ancora più rilevante se confrontato con una propensione teorica al voto che supera il 60%. Questo scarto racconta una realtà precisa: una larga fetta dell’elettorato siciliano si sente distante dalla politica. Oltre un quarto degli intervistati dichiara di non riconoscersi in alcuna forza politica, mentre un’altra quota consistente manifesta una profonda delusione. A questo si aggiunge una percentuale molto elevata di indecisi, che rappresentano il vero terreno di conquista nelle ultime settimane di campagna elettorale.

In questo contesto, la partecipazione al voto diventa una variabile decisiva. Un’affluenza più bassa tende a favorire gli elettorati più motivati e strutturati, mentre una partecipazione più ampia apre la competizione a un voto più fluido, meno ideologico e più sensibile alla forza dei singoli candidati. È un equilibrio sottile, che si intreccia con un giudizio diffuso sulla classe dirigente regionale, spesso percepita come incapace di affrontare le questioni più urgenti.

 

Renato Schifani: il profilo del presidente in carica

L’attuale governatore Renato Schifani registra la notorietà più alta tra tutti i candidati (92,9%) — dato atteso per un presidente in carica — ma è la lettura incrociata con gli altri indicatori a rivelare la natura della sua posizione.
La fiducia si attesta al 34,5%, mentre la propensione al voto al 19,2%. Una larga quota dell’elettorato lo conosce, ma non lo apprezza o non intende votarlo. La coalizione di centrodestra vale il 44,5%, con una forchetta tra il 42,5% e il 46,5%: un risultato solido, ma lontano dalla soglia di autosufficienza.

Al secondo posto per notorietà c’è Cateno De Luca con l’82,6%, seguito da Nello Musumeci con il 74,2%.
Sul piano della fiducia, però, Schifani scivola in fondo alla classifica con il 34,5%, mentre in testa c’è Giorgio Mulè con il 50,6%.

 

Effetto Cateno De Luca

Il leader di Sud chiama Nord, sindaco di Taormina e capogruppo all’ARS, presenta uno dei profili più interessanti dell’intera competizione. Con una notorietà dell’82,6% — seconda soltanto a Schifani — registra una fiducia del 49,7%, la più alta tra tutti i candidati alla presidenza.
La propensione al voto si attesta al 14,3%, seconda in classifica.

Esiste quindi un bacino significativo di elettori che gli riconosce credibilità, ma che non ha ancora tradotto questa stima in intenzione di voto dichiarata. Il blocco di Sud chiama Nord vale l’11,2%, con una forchetta tra il 9,2% e il 13,2%.

 

Campo largo: esiste ma è frammentato

L’area progressista esprime un insieme articolato di candidature che, aggregate, pesano il 40,8%. Ismaele La Vardera (9,1%), Giuseppe Provenzano (8,0%), Nuccio Di Paola e Giuseppe Antoci (4,8% e 4,7%), Barbara Floridia (4,1%) e Anthony Barbagallo (4,5%) compongono un quadro numericamente rilevante ma politicamente disperso.

Tra questi, La Vardera mostra il profilo di crescita più interessante: notorietà al 70,2%, fiducia al 48,9%, propensione al voto al 9,1%. Anche qui il divario tra fiducia e voto indica un potenziale ancora non pienamente mobilitato.

 

Gli scenari

Nessun blocco tradizionale è autosufficiente: il centrodestra si attesta al 44,5%, il centrosinistra al 40,8%. Sud chiama Nord, con l’11,2%, diventa quindi decisivo.

  • Scenario 1 — Centrodestra + Sud chiama Nord: 58,2%
    Un’alleanza organica produrrebbe una maggioranza ampia, capace di chiudere la partita.
  • Scenario 2 — Centrosinistra + Sud chiama Nord: 51,8%
    Una coalizione alternativa, numericamente sufficiente ma più complessa da costruire sul piano politico.

La sintesi è semplice: vince chi si allea con De Luca.

 

Liste

Anche sul fronte delle liste la competizione appare equilibrata. Il centrodestra mantiene un vantaggio, trainato da Fratelli d’Italia (15,8%) e Forza Italia (12,5%), ma la distanza rispetto al campo progressista resta contenuta.

Il Partito Democratico, al 10,8%, è la prima forza del centrosinistra, mentre il Movimento 5 Stelle, all’8,6%, si mantiene su percentuali simili ad altre realtà emergenti. Controcorrente raggiunge l’8,1%, mentre restano marginali Italia Viva–Casa riformista (0,2%) e PSI (0,1%).

 

Gli indecisi

Il dato più dirompente riguarda chi non voterà. L’affluenza stimata tra il 48% e il 52% indica che meno della metà degli elettori potrebbe recarsi alle urne.

Il 27,4% dichiara di non riconoscersi in alcun partito, il 24,8% si dice deluso dalla politica. A questi si aggiunge un 38,3% di indecisi — il vero “tesoro” della campagna finale — divisi tra chi attende i candidati (21,2%) e chi aspetta coalizioni più chiare (25,4%).

 

Le emergenze per i siciliani

Dal report emerge con chiarezza la priorità dei cittadini: lavoro (circa 60%) e sanità (55%), con particolare attenzione alla riduzione delle liste d’attesa. Seguono infrastrutture e gestione delle risorse idriche.