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04/05/2026 18:02:00

De Santis e Marzia Patti: "caro nemico ti scrivo"

Caro nemico, ti scrivo.

Non c’è formula più adatta per raccontare lo scambio epistolare, a mezzo social, che nelle ultime ore ha messo a confronto Giovanni De Santis e Marzia Patti.

Perché, sotto la stima dichiarata e sotto quei residui di educazione civile che ancora sopravvivono nel linguaggio pubblico, quelle due lettere raccontano molto più di una polemica: raccontano una frattura politica sedimentata, una diversa idea di città e, soprattutto, l’impossibilità crescente di parlarsi dentro il sistema Trapani.

 

I due contendenti

Da una parte c’è Giovanni De Santis, che non è un privato cittadino mosso da occasionale indignazione. Da oltre trent’anni è una presenza stabile nel sistema culturale e amministrativo trapanese: dopo la consiliatura con Mimmo Fazio, ha ricoperto l’incarico di consigliere delegato e direttore artistico dell’Ente Luglio Musicale Trapanese, ne ha gestito una lunga fase di rilancio produttivo e organizzativo, ed è oggi direttore artistico di “MEMA Mediterranean Music Association”, oltre che delegato regionale dell’AIAM (Associazione Italiana Attività Musicali).

 

De Santis parla da uomo che ha conosciuto la macchina pubblica, ne ha frequentato i meccanismi, ha esercitato funzioni di gestione e di indirizzo culturale dentro istituzioni finanziate dal Comune. La sua non è dunque una voce esterna, ma la presa di posizione di un pezzo della storica classe dirigente cittadina che, per anni, ha partecipato alla costruzione del discorso pubblico trapanese.

 

Dall’altra parte c’è Marzia Patti, consigliera comunale di maggioranza, segretaria del circolo del PD di Trapani e fedelissima del deputato regionale dem Dario Safina, tra i profili più presenti e riconoscibili dell’area che sostiene il sindaco Giacomo Tranchida. 

Il suo ruolo non è ornamentale: Patti appartiene a quella fascia di amministratori che ha scelto di assumere il compito meno comodo e più esposto, quello della difesa politica quotidiana dell’azione di governo, in un contesto cittadino dove ogni opera pubblica, ogni disservizio e ogni scelta simbolica diventano rapidamente materia di scontro identitario.

In mezzo, come spesso accade a Trapani, non c’è soltanto una polemica, ma una frattura.

 

La spazzatrice sprofondata come metafora

La lettera di Giovanni De Santis è molto più di un attacco al sindaco. È un atto d’accusa al paradigma politico tranchidiano.

L’episodio della spazzatrice sprofondata sul marciapiede di Largo delle Sirene — la goccia che induce De Santis a cercare un’interlocutrice nella consigliera Patti — diventa il simbolo di una amministrazione che investe sulla straordinarietà delle opere visibili e mediaticamente redditizie, ma continua a mostrare fragilità nel governo del quotidiano.

 

Non è una critica alla singola buca o al singolo mezzo comunale. È una contestazione di filosofia amministrativa.

Nella lettura di De Santis, Trapani appare infatti sempre più orientata verso la retorica dei cantieri, dei finanziamenti, delle inaugurazioni, mentre smarrisce la manutenzione silenziosa di ciò che rende vivibile una città: i marciapiedi, i servizi ordinari, i luoghi della memoria, il rapporto di fiducia minimo tra cittadino e amministrazione.

Il nodo, quindi, non è urbanistico. É politico.

Perché ciò che viene messo in discussione non è l’assenza di attività, ma il senso stesso di quell’attività.

 

Il cimitero come fondamento di civiltà

Non è casuale che De Santis scelga poi di soffermarsi sul cimitero comunale, come un novello Ugo Foscolo.

La revoca delle concessioni perpetue — adottata dall’amministrazione in applicazione dell’articolo 92 del regolamento nazionale di polizia mortuaria, che consente tale misura in presenza di grave insufficienza di sepolture — diventa nella lettura di De Santis il simbolo di una politica che, non avendo programmato per tempo, finisce per amministrare l’emergenza intervenendo perfino sulla memoria familiare.

Una città che non custodisce i propri morti, suggerisce De Santis, è una città che perde progressivamente il senso della propria continuità storica.

 

La replica di Patti

Marzia Patti costruisce la sua replica su un terreno diametralmente opposto, comprendendo perfettamente il rischio insito in questa impostazione.

Non accetta di misurarsi sul piano simbolico, perché sa che lì la polemica rischierebbe di premiare chi usa la memoria come argomento morale. 

Sceglie invece il registro del realismo amministrativo: i fondi intercettati, i cantieri aperti, le opere sbloccate, i servizi potenziati, le necessità normative che impongono scelte impopolari ma necessarie.

 

La sua risposta, in sostanza, dice ai lettori: la città non può essere governata soltanto con la nostalgia delle genealogie illustri o con il culto del passato; deve fare i conti con bilanci, regolamenti, carenze strutturali, bisogni presenti.

 

Ed è proprio in questo passaggio che emerge la natura più interessante dello scambio.

Patti non si limita a difendere l’operato della maggioranza di cui fa parte, ma tenta di sottrarre alla controparte il monopolio della legittimazione morale. Quando ricorda che la dignità della memoria appartiene anche ai defunti senza nome, alle famiglie prive di cognomi storici, compie un gesto politico preciso: sposta il discorso dalla memoria selettiva alla responsabilità collettiva.

 

 

Due verità che non dialogano

Il punto, allora, non è stabilire chi dei due abbia formalmente ragione, perché entrambi intercettano una porzione di verità.

 

De Santis dà voce a un sentimento diffuso in una parte della città: la percezione che Trapani stia cambiando senza riuscire sempre a spiegare a sé stessa in quale direzione e a quale prezzo simbolico. 

Patti rappresenta invece la fatica di chi governa e rivendica che nessuna trasformazione è possibile senza passare attraverso decisioni spesso sgradevoli, tecniche, perfino impopolari.

 

Il problema è che queste due verità non dialogano. Parlano lingue differenti.

Una è la lingua della memoria, della continuità, dell’identità urbana. E di un fronte politico cui De Santis è culturalmente vicino, che si prepara al dopo-Tranchida. Anche questo — a suo modo e semmai ce ne fosse bisogno — un posizionamento.

 

L’altra è la lingua dell’amministrazione, della sostenibilità, della gestione del presente.

In mezzo resta il sindaco Tranchida, convitato di pietra e insieme centro gravitazionale di ogni conflitto cittadino: leader capace di imprimere movimento a una macchina amministrativa a lungo stagnante, ma anche figura che polarizza ogni discussione fino a trasformarla in giudizio complessivo sulla sua persona e sul suo metodo.

Non è una dinamica nuova. È lo stesso meccanismo che da mesi attraversa anche gli equilibri interni della maggioranza: ogni contestazione particolare finisce per diventare, quasi inevitabilmente, una discussione generale sul tranchidismo come sistema di potere.

 

Perchè De Santis scrive a Patti 

Ma non è al sindaco che si rivolge Giovanni De Santis.

E non è irrilevante che abbia scelto di indirizzare le proprie doglianze ad una consigliera comunale di maggioranza.

La decisione, lungi dall’essere un omaggio personale a Marzia Patti, segnala piuttosto una doppia convinzione: da un lato la percezione dell’inutilità di un confronto con un vertice amministrativo ritenuto impermeabile; dall’altro il tentativo di chiamare un segmento della maggioranza a una verifica di coscienza politica.

In altri termini, De Santis non cerca una risposta di governo ma una crepa nel fronte che quel governo sostiene.

 

La città che vogliamo e il prezzo dei compromessi

Per questo lo scambio tra De Santis e Patti merita attenzione.

Perché sotto la forma garbata del “caro” e sotto la disciplina civile del “con stima”, mette in scena il dialogo sempre più difficile tra chi teme che la città perda la propria anima e chi ritiene che, senza una brusca accelerazione, rischi di perdere il proprio futuro.

 

Ed è qui il punto politico vero: il conflitto non riguarda più soltanto le opere da fare, i marciapiedi da sistemare o i loculi da recuperare. 

Riguarda il modo in cui il potere decide cosa sacrificare, cosa ascoltare e quanta mediazione è ancora disposto a concedere ai cittadini.

Per questo la lettera di De Santis e la replica di Patti parlano di una spazzatrice e di un cimitero.

Ma in realtà stanno parlando del futuro di Trapani.



 



 



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