Questa mattina, 6 maggio, è stato arrestato Gianluca Alfieri. Ve lo ricordate? E' il 25enne irpino diventato il nome simbolo dello scandalo dei crediti d’imposta inesistenti utilizzati da Trapani e Brescia per pagare contributi previdenziali e imposte.
Alfieri è finito in manette nell’ambito di un blitz antidroga tra Salerno e Avellino che ha portato a otto arresti. Secondo gli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo nella gestione economico-finanziaria di un gruppo dedito al narcotraffico. Ma il suo nome era già noto ben oltre la cronaca locale: è infatti l’amministratore unico del Gruppo Alfieri Svp, società con sede in via Montenapoleone a Milano, al centro dell’inchiesta della Procura di Brescia sulle operazioni fiscali milionarie che hanno terremotato il calcio professionistico.
Ed è qui che la storia torna a Trapani.
I crediti fiscali “fantasma” che costarono carissimo al Trapani
Secondo le indagini, Brescia e Trapani avrebbero acquistato dal Gruppo Alfieri crediti fiscali risultati poi inesistenti.
Il Brescia avrebbe versato circa 1,5 milioni di euro per ottenere crediti da utilizzare per il pagamento delle imposte. Il Trapani, invece, avrebbe pagato circa 267mila euro.
Quelle operazioni, considerate irregolari dalla giustizia sportiva, hanno poi prodotto conseguenze devastanti: penalizzazioni in classifica, deferimenti, inibizioni e una stagione sportiva trasformata in un percorso giudiziario permanente.
Per il Trapani il conto è stato pesantissimo, e lo ha portato, tra una penalizzazione e l'altra, alla retrocessione.
Chi è Gianluca Alfieri
La figura di Alfieri è una di quelle che sembrano uscite da una sceneggiatura già scritta male. Venticinque anni, originario di Serino, in provincia di Avellino, terza media, vive con i genitori in un prefabbricato. Eppure amministrava società capaci di movimentare milioni di euro, con sede nel cuore finanziario di Milano, in via Montenapoleone.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il Gruppo Alfieri non aveva neppure dipendenti. Eppure trattava operazioni milionarie nel settore dei crediti fiscali.
Nell’inchiesta antidroga che ha portato al suo arresto, Alfieri avrebbe avuto il ruolo di gestire la contabilità e i crediti vantati dall’organizzazione nei confronti degli acquirenti. In sostanza: ancora una volta, un ruolo finanziario.
Nel frattempo risulta già indagato dalla Procura di Brescia per autoriciclaggio nell’ambito dell’inchiesta sui crediti d’imposta.
I soldi finiti tra criptovalute e società estere
Secondo le indagini della Guardia di Finanza, i soldi versati da Brescia e Trapani non sarebbero finiti direttamente all’estero, ma avrebbero seguito un percorso più articolato.
I bonifici sarebbero transitati attraverso società legate al mondo delle criptovalute e poi confluiti verso una società cipriota fondata da cittadini russi.
Anche Antonini, nelle sue ricostruzioni pubbliche, aveva raccontato di essersi accorto che gli F24 utilizzati non erano intestati al Gruppo Alfieri ma ad altre società: una legata all’edilizia e un’altra operante nell’assistenza fiscale.
Secondo l’ipotesi investigativa, i crediti inesistenti sarebbero stati “caricati” nei cassetti fiscali di Trapani e Brescia attraverso una rete di società intermediarie.
La rete delle consulenze
Un altro elemento interessante riguarda il modo in cui il Gruppo Alfieri sarebbe arrivato al Trapani.
Secondo quanto emerso, la società sarebbe stata presentata al club granata – tramite il commercialista di fiducia – da una società romana specializzata in consulenza del risparmio, che avrebbe garantito l’affidabilità dell’operazione. Per questa intermediazione avrebbe incassato circa 23mila euro dal Trapani.
Ma il vero referente operativo, secondo le indagini, non sarebbe stato lo stesso Alfieri. Dietro le procedure di compensazione e versamento si sarebbe mosso un advisor di Acerra.
Insomma: un intreccio di società, consulenze, crediti fiscali, bonifici, intermediari e conti esteri che oggi appare sempre più opaco.
Antonini: “Siamo innocenti”
Negli ultimi mesi Valerio Antonini ha costruito gran parte della sua difesa pubblica proprio su questo punto: sostenere che il Trapani fosse vittima di una truffa.
La giustizia sportiva, però, ha seguito un’altra linea. Nelle motivazioni delle sentenze la Corte Federale d’Appello ha ribadito che la responsabilità sportiva del club resta, indipendentemente dalla buona fede rivendicata dalla società.