Una domanda che pesa come un macigno: “Mio padre è solo un numero?”.
È da qui che parte la lettera arrivata alla redazione di Tp24, una denuncia dura, amara, che racconta cosa accade – o meglio, cosa non accade – nel reparto di Medicina-Lungodegenza dell’ospedale di Alcamo.
A scrivere è il figlio di un paziente ricoverato. Non un caso isolato, ma uno spaccato che chiama in causa l’organizzazione della sanità pubblica nel territorio.
“Non è sanità, è una lotta per la sopravvivenza”
Il racconto è diretto, senza filtri.
Secondo quanto riferito, sulla carta gli organici risulterebbero completi, ma nella realtà quotidiana il reparto vivrebbe una situazione ben diversa: personale ridotto, turni scoperti, operatori costretti a coprire più ruoli.
Per 18 pazienti, molti non autosufficienti, l’assistenza – si legge – sarebbe ridotta al minimo.
“Tra congedi non rimpiazzati, trasferimenti e personale dirottato altrove – scrive – in reparto resta una manciata di operatori stremati”.
Il nodo dei turni: “Di notte un solo OSS”
Il passaggio più duro riguarda i turni pomeridiani e notturni.
Qui la denuncia diventa ancora più concreta: un solo operatore socio-sanitario per tutti i pazienti.
“Se mio padre ha bisogno di essere girato o cade mentre l’operatore è impegnato altrove, chi lo aiuta?”, si chiede il figlio.
Il paragone è netto: “È una roulette russa inaccettabile. Non è assistenza, è abbandono programmato”.
“Operatori allo stremo”
Nella lettera non manca un riconoscimento al personale in servizio.
Gli operatori, racconta, “fanno miracoli”, ma sono costretti a lavorare in condizioni estreme, tra assistenza e incombenze burocratiche.
Il rischio, secondo il segnalante, è duplice: da un lato la dignità dei pazienti, dall’altro il burnout di chi lavora in corsia.
Un quadro che, viene sottolineato, ricorderebbe situazioni già denunciate in altri presidi della provincia, come a Mazara del Vallo.
L’appello all’Asp
La lettera si chiude con una richiesta chiara alla direzione dell’ASP di Trapani: “Venite in reparto di notte. Contate le braccia che lavorano davvero, non le firme sui registri”.
E poi la frase che resta: “Mio padre non è un numero di posto letto”.
Una denuncia che apre interrogativi pesanti su organizzazione, controlli e qualità dell’assistenza.
E che merita risposte, non solo rassicurazioni.