Saline sito Unesco, il porto alza il muro: “Rischio nazionale per energia e lavoro”
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Si alza l’asticella dello scontro sulla candidatura MAB UNESCO delle saline di Trapani, Paceco e Marsala. E adesso, secondo gli operatori portuali, il problema non riguarda più soltanto Trapani ma interessi nazionali legati a energia, investimenti e occupazione. Da una parte il Ministero dell’Ambiente prova a rassicurare: nessun vincolo diretto sul porto.
Dall’altra il fronte della portualità trapanese replica con un documento durissimo, sostenendo che il vero rischio sono gli effetti indiretti su autorizzazioni, opere strategiche e sviluppo industriale.
Il caso nasce dall’allargamento della perimetrazione della candidatura UNESCO anche ai centri storici. E qui Trapani presenta una particolarità: il porto è fisicamente dentro il tessuto urbano. Di conseguenza, parte dell’area portuale finirebbe nella “transition area” del programma MAB, cioè la zona destinata alle attività produttive e allo sviluppo economico sostenibile.
Il Ministero, con una nota inviata i primi di maggio ad Asamar Sicilia, Assiterminal, Corpo Piloti, Gruppo Ormeggiatori, Soluzioni e Servizi e Riccardo Sanges, e per conoscenza a Prefetto, Comune, Autorità portuale, Capitaneria e Comitato promotore della candidatura, prova a spegnere le tensioni. Il documento firmato da Francesco Tomas, presidente del Comitato Tecnico Nazionale MAB UNESCO, chiarisce che il riconoscimento non introduce automaticamente vincoli assimilabili a quelli delle aree protette tradizionali e che il porto potrebbe continuare a operare.
Ma è proprio qui che gli operatori portuali contestano il quadro, e ribadiscono la loro ferma richiesta di bocciare la candidatura.
Una prima segnalazione inviata al Ministero il 28 aprile, il cluster della portualità trapanese risponde con una lunga controrelazione firmata da Assiterminal, Assologistica, Somet, Gruppo Barraco-I.M.A., Soluzioni e Servizi Ambientali, Riccardo Sanges, Sikania Shipping, Di Girolamo Carpinteri Agency, Segemar, Rallo Shipping, MedIsole, CAT, Comitato Saline Comuni, Agenzia Marittima Raccomandataria Morana Luigi Srl e Asamar.
Nel documento gli operatori sostengono che il MAB, pur non creando nuovi vincoli diretti, agirebbe come una forma di “soft law”, cioè un sistema capace di influenzare autorizzazioni, valutazioni ambientali e pianificazione futura. Ed è qui che entrano in gioco le opere considerate strategiche per la sopravvivenza e la crescita dello scalo.
Vengono citati
- dragaggi portuali, che potrebbero subire verifiche ambientali più rigide e tempi più lunghi;
- il waterfront e le nuove banchine lato nord-ovest;
- la nuova stazione marittima; le opere legate alla viabilità e all’ultimo miglio logistico;
- fino ai progetti collegati all’eolico offshore davanti alla costa trapanese.
Secondo gli operatori, il rischio è che ogni investimento debba passare attraverso procedure più complesse, con aumento dei costi, allungamento dei tempi e maggiore incertezza. Una situazione che, in un sistema portuale in concorrenza con altri scali, potrebbe tradursi in perdita di traffici e disincentivo agli investimenti.
Il passaggio più duro riguarda proprio l’energia. Gli operatori parlano apertamente di possibili effetti negativi sui progetti offshore e sulla transizione energetica nazionale, sostenendo che eventuali irrigidimenti ambientali potrebbero scoraggiare investimenti da centinaia di milioni di euro e mettere a rischio centinaia, se non migliaia, di posti di lavoro diretti e indiretti.
Il Ministero, intanto, insiste sulla necessità di coinvolgere maggiormente territori e stakeholder e apre a ulteriori valutazioni sul perimetro. Ma ormai lo scontro ha superato i confini locali: ambiente contro sviluppo non basta più a spiegare una partita che adesso tocca anche industria, logistica, energia e occupazione.
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