Gentile Redazione di Tp24
vi ringrazio per avermi concesso questo spazio.
Scrivo questa lettera spinto da uno spirito di civismo che non ritengo assolutamente speciale ma, al contrario, di ordinaria amministrazione, credendo ancora nella possibilità di poter un giorno vivere in un Paese davvero inclusivo, dove diritti, opportunità e, soprattutto, dignità non siano appannaggio soltanto di una relativamente piccola fetta della popolazione.
Nella consapevolezza dell’esistenza di un divario enorme tra la speranza e la realtà, siamo costretti a una rassegnazione che non ci appartiene per scelta ma per sfinimento. E questo Paese ci sta abituando, sempre più, a essere eterni disillusi.
Pochi giorni fa, una persona a me molto cara è stata colpita da un ictus. Sono passate quattro ore tra l’arrivo al pronto soccorso e il momento dell’intervento, effettuato poi a Palermo. Questo perché nessuna struttura ospedaliera in provincia risulta adeguatamente attrezzata per rispondere alle esigenze di una popolazione così vasta.
Ad oggi la situazione di questa persona risulta ancora grave e la sua salute, inevitabilmente, compromessa.
Come sempre, come tanti altri cittadini, sento di dover ringraziare i medici e gli infermieri che svolgono egregiamente il loro lavoro e non vengono meno alle loro responsabilità, facendo sempre tutto quanto necessario e possibile.
Motivo per cui mi fa sempre piacere leggere testimonianze positive, ed è un bene che abbiano voce.
Nonostante ciò, sento anche il dovere di denunciare che nella nostra provincia tutti insieme – operatori, operatrici e pazienti – subiamo gli effetti di un sistema sanitario al collasso, di strutture non idonee o, peggio, non in grado di fornire la benché minima assistenza a una grossissima fetta della popolazione.
Come è possibile che nel 2026, per rispondere a patologie neurologiche assolutamente tempo-dipendenti, bisogna aspettare quattro ore per il “semplice” fatto che le nostre strutture non sono adeguatamente attrezzate?
Come è possibile che in una provincia così grande come quella di Trapani, dove la popolazione invecchia sempre più velocemente, non ci sia la dovuta attenzione alla salute, alla cura e alla dignità di ogni cittadino e cittadina?
Viviamo sempre nella speranza che non ci accada nulla, che non dobbiamo correre di notte al pronto soccorso perché tipicamente “so quando entro ma non so quando esco”.
La salute e la dignità non possono essere una questione di fortuna, della sorte che ti ha fatto nascere nel posto giusto. E comunque questo posto non è sicuramente il nostro territorio.
Come è possibile che la salute di un cittadino debba dipendere anche dalla capacità di pagarsi un viaggio in aereo per raggiungere le più funzionali strutture del Nord? Paghiamo anche noi le tasse, ma sembra come se le nostre abbiano sempre un valore diverso.
Durante e dopo il Covid ci hanno fatto pensare, e noi tutti lo abbiamo pensato, che il nostro Paese sarebbe cambiato, che noi saremmo cambiati. Il finale è semplice: non è successo.
Ci hanno mostrato le immagini di un meraviglioso padiglione, di cui sappiamo davvero poco e ci viene ormai facile immaginare che non verrà mai concluso o, peggio, che non sarà mai utilizzato. Non sarà così, ma vorrei che qualcuno mi aiutasse a crederci davvero.
Sono cresciuto nell’idea, e nell’ideale, che politica voglia dire prendersi cura della comunità, vivere di comunità, quindi aver cura della cosa pubblica. Ma cos’è la cosa pubblica se viene gestita come fosse un porcile?
Negli anni abbiamo visto tagli indiscriminati, alcune strutture chiudere, altre diventare bellissime ma poi risultare completamente inutili. E mi chiedo: da quando la salute è una questione di bellezza?
Ci hanno sempre propinato l’immagine della nostra struttura ospedaliera come bella, grande, invidiabile. Ma un malato non vuole vedere il bello, vuole solo la forza di sperare di potersi affidare a qualcuno. E vuole sapere dove sta questo qualcuno.
Sfido a trovare qualcuno che ci invidi davvero.
Se vi fosse stato un intervento tempestivo, dettato dalla presenza di un luogo idoneo e dal rispetto della dignità umana, oggi la mia famiglia dormirebbe comunque male, ma avrebbe maggiore forza per sperare. Soprattutto non rimarrebbe insonne per la rabbia e la frustrazione che siamo sempre stati obbligati a vivere, quasi costretti a farci amica.
Vorrei che gli stessi sonni tutt’altro che tranquilli li vivesse chi gestisce la nostra sanità in provincia. Non perché io sia una persona cattiva, ma perché sogno un mondo dove le prime leve di ogni scelta siano il senso di umanità e il dovere.
E invece, mentre il mondo va avanti come un treno, noi rimaniamo fermi sempre alla stessa stazione, senza neanche provare a capire se davvero passerà mai qualcosa, perché, nei fatti, non ci siamo neppure accorti che da quella fermata non passa nulla ormai da decenni.
Queste mie parole non aspirano a salvare il mondo. Voglio solo esprimere la mia frustrazione, sperando che qualcuno possa spendere un minuto del suo tempo per rifletterci su e dire a chi, come me e la mia famiglia, ha dovuto convivere con questa rabbia che no, purtroppo non siete mai stati soli.
Marco Saladino
Un cittadino che comunque paga le tasse.