“Fibromialgia, un dolore da non crederci”: esperti a confronto sull'approccio transdisciplinare
In un Paese in cui milioni di persone convivono ogni giorno con il dolore cronico senza una diagnosi tempestiva e, spesso, senza essere credute, il convegno “Fibromialgia: un dolore da non crederci”, svoltosi sabato 9 maggio al Museo San Rocco, ha acceso i riflettori su una delle sindromi più controverse e invalidanti della medicina contemporanea.
Promosso dall’Ordine dei Fisioterapisti Palermo Trapani in collaborazione con Associazione Italiana di Fisioterapia, l’incontro accreditato ECM è stato organizzato in occasione della Giornata Mondiale della Fibromialgia e ha riunito fisioterapisti, l' Associazione siciliana malati reumatici (ASIMAR), professionisti sanitari ed esperti del dolore per discutere di diagnosi, riabilitazione e nuovi approcci terapeutici.
Al centro del dibattito, la necessità di superare una visione frammentata della cura e adottare un modello transdisciplinare capace di leggere la fibromialgia nella sua complessità biologica, neurologica, psicologica e sociale.
La fibromialgia è una sindrome cronica caratterizzata da dolore muscoloscheletrico diffuso, stanchezza persistente, rigidità e disturbi del sonno. Colpisce prevalentemente le donne e, secondo le stime richiamate durante il convegno, riguarda oltre due milioni di italiani.
Non si tratta di una malattia autoimmune né infiammatoria, ma di un disturbo funzionale del sistema nervoso centrale che altera la percezione del dolore, amplificandola.
Ed è proprio attorno al concetto di dolore che si è sviluppata la giornata di studio. Non più soltanto sintomo da eliminare, ma esperienza complessa che coinvolge mente, corpo, percezione, memoria e relazione con l’ambiente.
Un cambio di paradigma che trova solide basi anche nella più recente letteratura riabilitativa. Nel materiale scientifico discusso durante il convegno, il dolore viene definito un vero e proprio “problema riabilitativo”, da affrontare superando approcci esclusivamente meccanici o segmentari.
L’attenzione non si concentra più soltanto sul “dove fa male”, ma sul perché quel dolore venga percepito in quel modo, su quali alterazioni percettive, attentive e relazionali lo alimentino e su come il paziente costruisca l’esperienza dolorosa.
Secondo questa impostazione, il riabilitatore non interviene soltanto sul muscolo o sulla funzione compromessa, ma lavora sull’interazione tra corpo, cervello e ambiente, cercando di ricostruire una migliore consapevolezza corporea e una diversa relazione con il movimento. Un approccio che trova applicazione anche nello studio delle disfunzioni del pavimento pelvico e in altre condizioni croniche caratterizzate da dolore persistente.
Durante i lavori è emersa con forza la necessità di abbandonare la tradizionale separazione tra mente e corpo, considerata ormai insufficiente per comprendere sindromi complesse come la fibromialgia.
La gestione del paziente richiede infatti il coinvolgimento integrato di più figure professionali: medici, fisioterapisti, psicologi, terapisti della riabilitazione e specialisti del dolore.
La terapia, è stato ricordato, non può ridursi al farmaco. Il trattamento della fibromialgia prevede spesso una combinazione di attività fisica adattata, esercizio aerobico, supporto psicologico, educazione terapeutica e strategie di riabilitazione neurocognitiva, accanto all’eventuale utilizzo di antidepressivi, miorilassanti o anticonvulsivanti.
Nel corso dell’incontro è stato richiamato anche il quadro normativo italiano sul diritto alla cura del dolore.
La Legge 38 del 2010 garantisce infatti a ogni cittadino l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, riconoscendo il diritto a non soffrire inutilmente. Una tutela che riguarda pienamente anche i pazienti fibromialgici, spesso costretti a lunghi percorsi diagnostici e a una difficile ricerca di riconoscimento clinico e sociale.
Ed è proprio questo uno dei nodi più delicati: la fibromialgia continua ancora oggi a scontrarsi con pregiudizi, sottovalutazioni e incomprensioni.
Molti pazienti raccontano di aver impiegato anni prima di ottenere una diagnosi, attraversando visite, esami e consulti senza trovare risposte adeguate.
Per questo la giornata del Museo San Rocco non è stata soltanto un appuntamento scientifico, ma anche un momento culturale e sociale: un invito a cambiare sguardo sul dolore cronico e sulla persona che lo vive.
Perché la sfida non è soltanto curare il sintomo, ma restituire qualità della vita, autonomia e dignità a chi ogni giorno convive con un dolore invisibile.
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