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10/05/2026 06:00:00

La recensione è diffamatoria, ma TripAdvisor non paga: la sentenza di Trapani apre un caso

Una recensione può offendere, colpire, restare online per anni, ferire la reputazione di una persona. Può essere giudicata diffamatoria da un Tribunale. Può perfino essere rimossa per ordine del giudice.

Ma la piattaforma che l’ha ospitata, in questo caso TripAdvisor, non paga.

È questo il cuore della sentenza emessa dal Tribunale di Trapani nella causa civile che vedeva contrapposti, da una parte, una piccola realtà turistica di San Vito Lo Capo, la società La Noria, proprietaria dell’Albergo Auralba, ed il direttore della struttura; dall’altra un cliente, autore della recensione contestata, e TripAdvisor LLC, il colosso mondiale delle recensioni turistiche.

TP24 aveva già raccontato questa vicenda: una recensione pubblicata nel luglio del 2018, una querela, un procedimento penale chiuso con la messa alla prova, e poi una causa civile per chiedere la rimozione del contenuto e il risarcimento dei danni. Ora è arrivata la sentenza, destinata a far discutere.

Il Tribunale ordina a TripAdvisor di rimuovere la recensione, condanna l'autore a pagare 5 mila euro per danno non patrimoniale ma rigetta la richiesta di risarcimento nei confronti di TripAdvisor. La società sanvitese sta valutando se richiedere un giudizio di appello.


In altre parole: la recensione è diffamatoria, va cancellata, ma TripAdvisor non ne risponde economicamente.

Ed è qui che il caso locale diventa una questione nazionale.

Il giudice distingue con precisione due piani. Il primo riguarda il direttore.


La recensione, secondo il giudice, non racconta un disservizio. Non critica un soggiorno. Non valuta un hotel. Attacca una persona.

E le parole usate superano il limite della continenza. Non sono più una recensione: diventano un’aggressione alla dignità di un lavoratore.

È una condanna contenuta. Ma simbolicamente forte, perché dice una cosa semplice: anche su internet, anche dentro una recensione, anche quando si parla di alberghi e vacanze, ci sono parole che non sono opinioni. Sono offese.

Diverso, invece, l'aspetto relativo alla struttura alberghiera. Le frasi anche se dure vengono considerate espressione di un giudizio negativo ma legittimo. Anche aspro, anche sarcastico, anche sgradevole. Ma pur sempre riconducibile al diritto di critica.

La domanda della società La Noria, che è stata condannata a pagare le spese del giudizio, viene quindi rigettata. Secondo il Tribunale, l'azienda proprietaria dell'albergo non risente dell'oggettiva diffamazione del proprio dipendente, né subisce un danno dal giudizio espresso dal cliente.

Mentre TripAdvisor deve cancellare, ma non risarcire ed è questa è la parte più importante della sentenza.

I ricorrenti sostenevano che la piattaforma non fosse un soggetto neutrale, ma un hosting provider “attivo”, e che quindi dovesse rispondere per non aver rimosso il contenuto dopo le segnalazioni.

Il Tribunale respinge questa tesi.

Secondo il giudice, TripAdvisor è un hosting provider passivo. Ospita recensioni scritte dagli utenti, non le modifica, non le seleziona nel merito. Non ha un obbligo generale di sorveglianza preventiva sui contenuti pubblicati.

È il principio che salva le piattaforme.

Il ragionamento è questo: se ogni piattaforma dovesse rimuovere un contenuto solo perché qualcuno lo segnala come offensivo, diventerebbe un giudice privato della libertà di espressione. Cancellerebbe per paura. Taglierebbe prima ancora che qualcuno abbia stabilito se davvero un contenuto è illecito.

Per questo, dice il Tribunale, TripAdvisor non aveva l’obbligo di cancellare subito quella recensione. La sua illiceità non era “manifesta”.

E qui sta il paradosso.

Questa decisione racconta perfettamente la zona grigia in cui vivono migliaia di imprese turistiche.

Per un hotel, un ristorante, un b&b, una recensione non è solo una frase. È reputazione. È mercato. È lavoro. Sono prenotazioni che arrivano o non arrivano.

Ma per una piattaforma globale, quella stessa recensione è un contenuto tra milioni di contenuti. Un frammento dentro un sistema immenso, dove la responsabilità viene continuamente spostata sull’utente che scrive.

La sentenza di Trapani prova a tenere insieme due esigenze opposte: difendere la libertà di critica e proteggere la dignità delle persone.

Il risultato è un equilibrio sottile, quasi chirurgico.

La critica all’hotel resta. L’insulto alla persona cade.

La piattaforma non paga. Ma cancella. E dopo anni di giudizio.

A prima vista è una storia di provincia: un albergo di San Vito Lo Capo, un cliente scontento, una recensione feroce, una battaglia legale durata anni.

Ma in realtà è una storia molto più grande.

Quella di un tempo in cui la reputazione si costruisce e si distrugge online. Di un’economia turistica sempre più dipendente dalle piattaforme. Di lavoratori e piccoli imprenditori che si trovano esposti a giudizi pubblici, immediati, permanenti.

E di colossi digitali che continuano a dire: noi ospitiamo soltanto.

Il Tribunale di Trapani, questa volta, ha detto tre cose insieme.

La prima: una recensione può essere aspra, polemica, sarcastica.

La seconda: non può diventare un’umiliazione personale.

La terza: TripAdvisor non è responsabile dei danni, se l’illiceità non è evidente prima dell’intervento del giudice.

Resta però una domanda, che la sentenza non chiude ma consegna al futuro: quanto deve essere evidente un’offesa perché una piattaforma decida di non lasciarla vivere online per otto anni?

Perché, alla fine, il punto è tutto qui.

Una recensione è stata dichiarata diffamatoria.
È stata ordinata la sua rimozione.
Ma per arrivarci sono serviti anni, avvocati, processi, carte, memorie, udienze. 


Nel frattempo, quella frase è rimasta lì per anni.

A fare il suo lavoro silenzioso.


 



Native | 25/04/2026
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