Il Piano d'Assalto alla Cultura del governo Meloni, che nelle intenzioni doveva essere una marcia trionfale verso la conquista delle vette del pensiero, assomiglia sempre più a una gita fuori porta finita nel fango: il problema è che nessuno aveva le scarpe adatte, convinti com'erano di poter scalare l’intelletto in mocassini da salotto o, peggio, con i vecchi scarponi chiodati della nostalgia.
L'amichettismo è un metodo odioso per natura: lo è stato quando lo ha praticato la Sinistra, ma diventa grottesco quando ci prova questa Destra. Perché se è vero che l'occupazione del potere non guarda in faccia a nessuno, a sinistra avevano almeno il buon gusto di scegliere amichetti che avessero aperto qualche libro diverso dal sussidiario della propaganda. Per maneggiare la cultura occorrerebbe aver frequentato anche scaffali lontani dai propri miti identitari, esplorando volumi capaci di scardinare certezze e allenare un senso critico che vada oltre lo slogan. Senza questo esercizio di alterità, si resta prigionieri di un pensiero monotematico e asfittico, incapace di dialogo. Non dovrebbe bastare la croce celtica al collo per presentarsi al banchetto del sapere.
Guardateli, i nuovi commensali. C’era il povero Sangiuliano, caduto non sulle barricate del pensiero, ma sulle storie Instagram di una consulente troppo amica. Ci sono le perle pedagogiche di Valditara che sembra uscito dalle pagine più polverose del libro Cuore, ma senza la nobiltà d'animo di De Amicis, convinto che l'umiliazione sia un fertilizzante per l'anima. I suoi programmi scolastici sono un mix tra una caserma polverosa e una sagrestia punitiva.
E poi c’è lui, Alessandro Giuli, il dandy d’area che per darsi un tono indossa abiti acquistati nei magazzini di Cinecittà reparto film in costume . Parla difficile e con una cantilena fastidiosa e sivusa, come direbbe mia nonna. Si atteggia da esteta, orgoglioso della sua formazione basata sui miti della Tradizione e sul pensiero di Julius Evola.
Immaginiamo la scena. La Premier convoca i suoi fedelissimi per risolvere il problema dei posti al sole. Giorgia si alza, si scosta una ciocca di capelli e va dritta al punto:
“Allora regà, mettemose d’accordo. Qua dobbiamo occuparci de sta storia dell’egemonia culturale, che ora basta con sta sinistra woke che s’è presa tutti i posti de potere. Mò tocca a noi. Dovemo nominà gli amici nostri e cominciare a fare cambiare sta cultura de sinistra che confonne i regazzini. Ognuno de voi trovi n’amico che ha studiato un minimo, un patentino, un corso serale, e vediamo dove lo potemo collocà. Io du cose chiedo: 'na bella mostra su Tolkien, che fa pari e patta co Atreju a convention de noantri. E poi la nomina come direttore d'orchestra alla Fenice de n'amica mia tanto caruccia: Beatrice, nun ve dico che spettacolo quanno che derige co sti capelli biondi che svolazzano, n'amore davero. Per il resto vedete un po voi, o chiedete a mi sorella. Me riccomanno nun famo figure de mmerda, che già stamo a portà er brodo c'a forchetta.”
E invece, un continuo schiacciare di m... alafiure. L'ultima in ordine di tempo quella sulla Biennale di Venezia. Il governo nomina Pietrangelo Buttafuoco, convinto di aver piazzato l’uomo d’ordine. E invece Buttafuoco, da intellettuale indipendente, decide di invitare tutti i Paesi: Russia, Israele, chiunque. Apriti cielo.
Il Ministro Giuli, punto nell'onore, ha disertato l'inaugurazione per rigore morale contro la Russia. Salvini, con la finezza diplomatica di un trattore in autogrill, gli ha risposto social: Gli assenti hanno sempre torto! Giuli replica sornione, ipotizzando un raro momento di autocritica del Capitano viste le sue assenze al ministero di sua competenza. In poche parole abbiamo assistito a un imbarazzante dissing tra adolescenti. È facile immaginare Giuli che, in perfetto stile dandy, lancia un guanto di seta profumata in faccia al Capitano, sfidandolo a duello per riparare all'affronto, magari tra le rovine di un tempio solare all'alba, chiedendo alla Meloni di fare da madrina. Una farsa che dimostra come questi esponenti non comprendano che un direttore artistico, una volta nominato, deve essere libero. L’indipendenza intellettuale resta per loro un mistero insondabile. Si muovono tra le istituzioni culturali come commensali sgraziati che, a una cena di gala, non hanno la minima idea di quale sia la posata giusta per ogni portata.
Questa confusione nasce da un equivoco di fondo sul ruolo di chi crea: confondono il sostegno con l'asservimento e la committenza con la cieca obbedienza. Eppure, la storia dell'arte ci racconta una vicenda ben più complessa.
Certo, sarebbe ingenuo e storicamente falso dire che l’arte debba essere solo dissacrazione. Per secoli, i più grandi geni dell'umanità hanno lavorato all'ombra di Papi, Re e imperatori sanguinari, ritraendo Madonne ed eccellenze senza per questo sminuire la propria grandezza. Ma c’è una differenza fondamentale: quegli artisti sapevano abitare il potere senza diventarne i megafoni ottusi; sapevano infilare nelle loro opere uno scarto di libertà, un'inquietudine, una verità che andava oltre la propaganda di chi pagava il marmo o le tele.
Perché la vera cultura non è un galateo di esclusioni, ma la capacità di reggere l'urto della realtà. Censurare significa nascondere la polvere sotto il tappeto. Tenere le porte aperte, invece, trasforma la Biennale in un corpo vivo dove il conflitto non viene rimosso, ma reso visibile. La scelta di Buttafuoco protegge la natura della mostra come luogo di confronto totale, dove persino l'arte di Stato diventa oggetto di scrutinio critico e di necessaria contestazione civile. L'arte è un linguaggio che deve restare aperto anche nei tempi più bui. Ma la vetrina deve servire a mostrare la complessità, non a passare il lucido agli stivali dei regimi. Se uno spazio nazionale non offre alcuno sprazzo di dissenso o di umanità critica, ma si limita a farsi megafono del proprio governo, allora la protesta – come quella della giuria dimissionaria – diventa l'unico atto artistico possibile. Perché alla fine, in questo pasticciaccio brutto, l'unica egemonia che conta è quella della coscienza di chi guarda.
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