Molti siciliani non sanno nemmeno che esistano. Altri, forse, preferiscono far finta di niente. Eppure i terreni a uso civico — i cosiddetti domini collettivi — rappresentano uno dei patrimoni pubblici più importanti e meno conosciuti d’Italia. Boschi, pascoli, terreni agricoli, aree montane e persino zone costiere appartenenti alle collettività locali e tutelati da precise norme nazionali. Ma la Regione Siciliana conosce davvero quanti siano e dove si trovino? La risposta, ad oggi, sembra essere negativa.
Secondo quanto denunciato dal Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), in Sicilia manca ancora un quadro organico, aggiornato e facilmente consultabile dei terreni gravati da uso civico. Un vuoto conoscitivo che rischia di trasformarsi in un problema di trasparenza, legalità e tutela ambientale.
Un patrimonio enorme ma poco conosciuto
In tutta Italia le terre collettive occuperebbero tra il 7 e il 10% del territorio nazionale, per oltre 5 milioni di ettari. Si tratta di beni appartenenti alle comunità locali, destinati storicamente a pascolo, legnatico, agricoltura e altre attività collettive.
La normativa è molto chiara: i diritti di uso civico sono inalienabili, indivisibili, imprescrittibili e non possono essere liberamente trasformati o ceduti.
Eppure, proprio la scarsa conoscenza della loro esatta ubicazione ha favorito negli anni occupazioni abusive, utilizzi impropri, speculazioni e perfino alienazioni illegittime.
In diverse regioni italiane — dalla Sardegna al Trentino — negli ultimi anni sono stati avviati censimenti pubblici e piattaforme digitali per rendere accessibili i dati. In Sicilia, invece, la situazione appare ancora frammentaria.
I dati siciliani si fermano al 1947
L’unico riferimento organico noto resta un dato storico dell’allora Istituto Nazionale di Economia Agraria (INEA), secondo cui nel 1947 in Sicilia risultavano circa 44.534 ettari di demani civici gestiti dai Comuni.
Da allora, però, non esiste un censimento regionale pubblico aggiornato.
Sul portale istituzionale della Regione Siciliana risultano disponibili soltanto:
- un elenco dei Comuni non interessati da usi civici;
- alcune cartografie limitate al territorio di Palermo;
- documenti relativi a terreni già sdemanializzati.
Manca invece una banca dati regionale completa che consenta ai cittadini di conoscere:
- estensione dei terreni civici;
- localizzazione precisa;
- eventuali occupazioni illegittime;
- procedimenti di recupero;
- trasferimenti o mutamenti di destinazione.
Le richieste rimaste senza risposta
Proprio per ottenere questi dati, il GrIG aveva inviato già nel novembre 2025 una richiesta di accesso civico alla Presidenza della Regione Siciliana e agli assessorati competenti.
Secondo quanto riferito dall’associazione, la Presidenza aveva trasmesso la richiesta all’Assessorato Territorio e Ambiente, ma senza alcun esito concreto.
“Silenzio”, denuncia il GrIG.
Per questo l’associazione ha presentato una nuova istanza l’11 maggio 2026, coinvolgendo:
- Presidenza della Regione;
- Dipartimento Ambiente;
- Dipartimento Urbanistica;
- Dipartimento Sviluppo Rurale;
- uffici regionali competenti sugli usi civici.
L’obiettivo è ottenere finalmente un quadro chiaro sulla reale consistenza dei demani civici siciliani.
Un tema che riguarda ambiente e legalità
La questione non è soltanto burocratica.
I terreni a uso civico sono sottoposti anche a vincolo paesaggistico e ambientale e rappresentano un presidio importante contro consumo di suolo e speculazione.
In varie parti d’Italia casi di cattiva gestione hanno prodotto contenziosi e interventi giudiziari: terreni trasformati in parcheggi, discariche, aree industriali o sfruttati senza il rispetto dei diritti delle collettività locali.
Anche in Sicilia non sono mancati casi controversi, come quello del demanio civico di Troina, recuperato dopo occupazioni ritenute illegittime.
La richiesta di trasparenza
Secondo il GrIG, conoscere dove si trovano le terre collettive e come vengono gestite è una “fondamentale esigenza di trasparenza e legalità”.
Un patrimonio che appartiene alle comunità locali e che, proprio per questo, dovrebbe essere facilmente conoscibile e consultabile dai cittadini.
Perché senza mappe aggiornate, dati pubblici e controlli efficaci, il rischio è che una parte importante del patrimonio collettivo siciliano resti invisibile. E quindi più esposta ad abusi e trasformazioni irreversibili.