Una immersione estrema nelle acque delle Maldive si è trasformata in una tragedia. Cinque italiani sono morti durante un’esplorazione subacquea nelle grotte dell’atollo di Vaavu, una delle aree più frequentate dagli appassionati di diving nell’arcipelago dell’Oceano Indiano.
Le operazioni di recupero sono ancora in corso e, al momento, è stato recuperato un solo corpo. Le autorità locali parlano di un intervento “ad altissimo rischio”.
L’immersione e l’allarme
Secondo le prime ricostruzioni, il gruppo si trovava a bordo della “Duke of York”, una liveaboard – cioè una barca attrezzata per crociere subacquee – partita il 10 maggio da Malé per una settimana di immersioni.
I cinque si sarebbero immersi nella mattinata nei pressi di Alimathaa, località molto conosciuta tra i sub. L’obiettivo era esplorare un sistema di grotte sommerse a circa 50-60 metri di profondità.
Quando, intorno a mezzogiorno, i sub non sono riemersi, l’equipaggio ha lanciato l’allarme.
Le ricerche sono state affidate alla Guardia Costiera delle Maldive e alle forze armate locali. Uno dei corpi è stato individuato a circa 60 metri di profondità all’interno di una grotta lunga circa 200 piedi, cioè una sessantina di metri.
Secondo i soccorritori, anche gli altri quattro subacquei si troverebbero ancora all’interno della cavità.
Le vittime
Tra le vittime c’è Monica Montefalcone, 51 anni, docente del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Genova e ricercatrice molto conosciuta nel campo dell’ecologia marina.
Era impegnata in importanti progetti scientifici legati all’ambiente marino, tra cui Talassa, GhostNet e MER “A16-A18”, ed era nota anche per alcune apparizioni televisive divulgative.
Con lei è morta anche la figlia ventenne Giorgia Sommacal.
Un elemento centrale della vicenda riguarda proprio la profondità dell’immersione.
Alle Maldive, infatti, le immersioni ricreative sono consentite fino a un massimo di 30 metri. Qui invece si parla di un’esplorazione a circa 50-60 metri, in ambiente cavernoso.
Si tratta di immersioni tecniche, molto più complesse rispetto al diving turistico tradizionale:
richiedono attrezzature specifiche;
comportano tempi rigorosi di decompressione;
aumentano notevolmente i rischi legati ai gas respiratori;
in grotta rendono difficile l’orientamento e l’uscita in emergenza.
A complicare tutto ci sarebbero state anche condizioni meteo sfavorevoli. Nella zona era stata emessa un’allerta gialla.
La possibile causa: la tossicità da ossigeno
Tra le ipotesi al vaglio degli esperti c’è quella della cosiddetta “tossicità da ossigeno”.
In immersioni profonde, soprattutto tecniche, i sub utilizzano miscele respiratorie particolari. A elevate pressioni, l’ossigeno può diventare tossico per il sistema nervoso centrale.
Questo fenomeno può provocare:
convulsioni improvvise;
perdita di coscienza;
disorientamento;
incapacità di gestire la risalita.
In un ambiente chiuso come una grotta subacquea, anche un piccolo problema può trasformarsi rapidamente in una catastrofe.
Naturalmente, al momento si tratta soltanto di una delle ipotesi tecniche circolate tra gli specialisti. Le autorità maldiviane non hanno ancora indicato una causa ufficiale.
L’indagine e l’intervento della Farnesina
La polizia delle Maldive ha aperto un’indagine per chiarire cosa sia accaduto durante l’immersione.
Anche la Farnesina segue il caso attraverso l’ambasciata italiana a Colombo, in Sri Lanka, competente per l’area.
Il ministero degli Esteri ha confermato la morte dei cinque italiani e sta assistendo i familiari delle vittime nelle operazioni consolari e di rimpatrio.
Resta ora da capire se il gruppo stesse effettuando una semplice immersione ricreativa estrema o una vera e propria esplorazione scientifica.
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